Reportage

Italian Election day

NATIONAL GEOGRAPHIC TRAVELERMi alzo presto oggi. E’ un giorno importante in Italia: si vota dopo molti anni e in mezzo a problemi mai, come questa volta, drammatici. Al seggio del mio paese è ancora buio quando arrivo. Scambio qualche parola con i giovani scrutatori che aspettano di entrare. Mi viene in mente quando, da studenti, era uno dei lavoretti possibili, qualche soldo e molto onore. Ci sembrava  di essere utili ingranaggi nel grande gioco della democrazia.

Alcuni di noi, iscritti al PCI, davano tutto il compenso al Partito.

Già il partito, appunto. Assomigliava a un padre severo ma giusto, indispensabile. Come il padre ti faceva incazzare. Lo contestavi, magari, lo volevi svecchiare, lo speravi più simile a te, ma il rispetto e la certezza che ti trasmetteva erano innegabili: stavolta si cambia!

1975, Firenze. Io studiavo lì, e sognavo di fare il fotografo, lavoravo in fabbrica per pagarmi l’università. I miei amici de L’Unità  mi avevano fatto avere un permesso per fare le foto al festival. enrico berlinguer 1976Avevo fotografato Enrico Berlinguer. Le prossime elezioni avrebbero potuto essere l’occasione per il  sorpasso, per cambiare l’Italia con il voto, con la democrazia, ma cambiarla e costruire un paese diverso, nuovo. “Perché questa volta non si tratta di cambiare un presidente, ma sarà il popolo a costruire un paese differente”, così diceva la canzone Venceremos degli Inti Illimani, esuli cileni nel nostro paese, che era cantata e urlata nelle nostre manifestazioni. Il voto, il cambiamento, la speranza di cambiare, non riuscire a dormire la notte prima. E poi, l’attesa, la ricerca di segnali che ti aiutino a capire. ‘Come sta andando? Qual è il sentimento del paese?’

Tutto questo mi viene da pensare parlando con questi ragazzi del 2018, davanti al seggio del mio paese.

Sono le sette, il mio racconto in 24 ore può iniziare.

elezioni talonno

Voto di corsa, saluto i ragazzi e auguro loro buon lavoro. Corro alla stazione, vado a Roma: ho scelto la capitale per il mio racconto. Treni veloci, anzi velocissimi, mi permetteranno di essere nella capitale alle 12. Forse: perché il gelo degli ultimi giorni ha causato ritardi di ore, gente esasperata, abbandonata nelle campagne per un sacco di tempo, aspettando di ripartire. Se ci pensiamo, è il simbolo perfetto della situazione.

La contraddizione è generale, in ogni campo. Abbiamo strumenti di informazione così diffusi e accessibili come mai prima, diretti, immediati. Possiamo essere in contatto con tutti e le notizie possono arrivare velocemente ai social. Ma questo eccesso di informazione ha prodotto l’effetto contrario: la mancanza di credibilità, l’epidemia delle fake news hanno partorito l’assuefazione, il disinteresse.

Spiegare la contraddizione è difficile. Mi si ammucchiano gli esempi nella testa. Tutto è in contraddizione. Il mio lavoro, per esempio. Il mestiere di fotografo è stato disintegrato: i migliori tra noi sono costretti a vivere facendo workshop, le riviste non producono più. Eppure non c’è mai stato un interesse così alto per l’espressione fotografica come oggi. Le mostre sono piene, i blog di fotografia sono al centro dell’interesse collettivo. E così pure la cultura in generale. Poi accendi la televisione e tutto questo non lo trovi. E spegni.

Poi, la medicina ha certo fatto passi da gigante, ma conosco persone che non vanno dal dentista per paura che proponga interventi che non possono permettersi. Al lunedì siamo commossi dall’ennesimo naufragio, ma il giorno dopo invochiamo ordine e confini rigidi. Crediamo essere assediati dai crimini, ma se leggiamo le statistiche scopriamo che i dati reali dicono il contrario.

Abbiamo un papa che forse vorremmo avere a dirigere il partito della sinistra. Contraddizioni, solo contraddizioni. Le previsioni elettorali dicono che potrebbe vincere uno che credevamo fuori dai giochi, anzi uno che dovrebbe esserlo per legge. Ma la legge, si sa, non vale sempre, vale quando si vuole colpire gli indifesi. Loro la possono aggirare. L’Italia è una repubblica nata dalla Resistenza, tutti lo sappiamo, il fascismo è fuori legge, oltre che essere fuori dalla storia. E poi, ti trovi nelle liste  elettorali dei partiti che sono addirittura nazisti. E l’unico attentato terrorista di questi anni, nel nostro paese, l’ha commesso un bianco esagitato, tra l’altro candidato in un partito che si propone di guidare il paese, che ha sparato nel mucchio, colpendo migranti, che avevano la colpa di essere migranti e la sfortuna di essere lì in quel momento.

Come è ordinata e vuota la Stazione Centrale di domenica mattina. Prendo posto sul treno e il tempo vola scrivendo i miei appunti di viaggio.

stazione centrale

Ilaria è insegnante, ha votato e viaggia verso Napoli. Le chiedo quali sono i tre temi che maggiormente la coinvolgono. “Il primo è la legalità: a Napoli ho visto accettare 50 euro per un voto, da persone che la miseria morale e materiale aveva reso disponibili a vendere pure questo diritto. Del resto la legalità è una promessa mai mantenuta, una promessa con i suoi martiri sempre rimpianti e mai rispettati, da Mani Pulite in poi. Pensiamo solo che Berlusconi si trova candidato a guidare il paese, con buone probabilità di essere eletto a un ruolo di governo che non può espletare, visto che è condannato in via definitiva per reati incompatibili a quella funzione. Il secondo punto è la scuola: la formazione è importante per contribuire alla crescita di un paese moderno. Il terzo punto è il welfare, non si possono vedere assurdità come pensioni minime che non permettono la sopravvivenza insieme a super-rendite da favola.” Prima di andare via mi dice la sua previsione: vinceranno i Cinque Stelle.

Chiedo al suonatore del metrò quale sia la fermata giusta per Il Baobab. Lui lo sa e me lo dice. Appena dietro alla stazione Tiburtina.

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Cammino un bel po’ per arrivare al Baobab Experience: del resto le tende dei migranti mica li tengono in via Condotti.  Andrea Costa mi riceve e mi guida nel centro di accoglienza. 70 000 persone sono state ospitate nella tendopoli del Baobab.

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“Questa mattina mi sono svegliato con il ricordo di mio nonno, che era partigiano e che quando andava a votare si metteva il vestito buono. Per gente come lui non sono proprio capace di non andare a votare, di non esercitare un diritto così fondamentale.

Ma quanta lontananza da questa classe politica: il Baobab è stato sgomberato 22 volte, con le giunte più diverse, da Marino alla Raggi. Ci sgomberavano e la sera noi tornavamo qui a dare accoglienza. Nessuno capisce il problema dei profughi. Ne sanno parlare solo in termini di repressione o di propaganda. Meno male che c’è la solidarietà delle persone del quartiere. Qui ci sono gli ultimi. La solidarietà l’abbiamo sentita quando il freddo pungente di questi giorni faceva tremare. Le vecchine che ci portavano le coperte e spesso la Chiesa, la Chiesa migliore, che ci fa sentire la sua vicinanza. Per esempio Padre Konrad (elemosiniere del Papa, n.d.r.) è arrivato con un furgone del Vaticano e ci ha portato quella struttura bianca che ora  è la mensa del Baobab.

La solidarietà è anche qui, dentro le persone. Quando c’è stato il terremoto i profughi qui al centro hanno organizzato spontaneamente una cerimonia di preghiera per le popolazioni colpite. Copti, sciiti, cristiani tutti insieme, nel nome dell’umanità: gli ultimi si sono sentiti chiamati in causa per qualcuno che oggi stava peggio di loro. E noi come rispondiamo?

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Vado al Teatro Parioli ad incontrare Ivano Marescotti, attore di cinema e di teatro molto noto al grande pubblico. Più di 50 pellicole in cui interpreta personaggi popolari e caratterizzati alla sua maniera. Nel film “Cado dalle nubi” ha interpretato un leghista padre della protagonista. La sua posizione politica attuale mi incuriosisce e ben rappresenta un percorso comune a buona parte del popolo della sinistra.

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Queste elezioni sono completamente diverse dalle altre. Io sono sempre stato del Partito Comunista, anche se ero critico. Da quando non c’è più il cemento ideologico del partito sono sbandato di qua e di là. Mi ero addirittura candidato con Tsipras, ma liste così  (e ce ne sono anche ora) non hanno valore, fatte per candidare qualcuno, e poi gli eletti non si salutano neanche. Questa volta avevo deciso di non votare, perché non c’era niente che  mi rappresentava. Ma votare significa fare che gli altri votino per te, come per l’8 per mille: se tu non dai una preferenza il tuo 8 per mille viene comunque preso e distribuito tra tutti. Io ho deciso allora di votare contro questo governo e, non ideologicamente, voterò per i Cinque Stelle. Sono un partito che non mi rappresenta, ma è all’opposizione e l’ho trovato al mio fianco quando abbiamo fatto la battaglia per il no alla riforma istituzionale. Lo faccio anche dal punto di vista tattico, perché  potrebbe rovesciare il tavolo di questa politica che da 30 anni è completamente degenerata. Peggio di  questi governi penso sia impossibile. Questi non li conosciamo, non mi fido neanche tanto, ma conosciamo benissimo quelli che hanno governato finora. Non mi iscriverò ai Cinque Stelle, ma non mi serve  più votare per tutti quei partitini per cui avevo già votato, dall’Arcobaleno a Rivoluzione Civile a Tsipras, non hanno risolto niente e sono serviti  solo a mettere in pace le nostre coscienze. Io, da comunista, sono contro il governo e sarò anche contro il governo dei Cinque Stelle. Purtroppo la sinistra non c’è, non è rappresentata, e non c’è neanche nel sociale: rispetto a ciò che è successo negli ultimi tempi, negli anni Settanta saremmo scesi nelle piazze, adesso non si muove nulla. Le ultime battaglie politiche sono state 15 anni fa, quando c’era ancora un’opposizione e il PD non tradiva il sociale per spostarsi completamente a destra.

Lui va in scena con il suo ultimo lavoro teatrale, “I have a dream”. Lascia la valigia pronta in camerino per correre dopo lo spettacolo a votare a Bologna. Io invece mi ributto nella città con una pioggia che non lascia scampo.

Vedo un gruppo di giovani con la faccia da stadio, mi avvicino, gli faccio delle domande che non vengono accolte con grande entusiasmo. Andrete a votare, lo avete già fatto ? Mi guardano come fossi un marziano bagnato e mi espongono tutta la contrarietà che hanno nei confronti del sistema. No, a votare non ci vanno. Solo uno dice che lo farà e che vuole “votare italiano”. Gli chiedo di poterli fotografare anche se già immaginavo la risposta. Me la cavo senza danni perchè mi chiedono per quale squadra faccio il tifo e pare che la mia sia gemellata alla loro.

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Hashrey è albanese. A dirla tutta pensavo fosse emiliano, perché con grande abilità produce pasta a mano e tagliatelle sulla strada per invogliare i passanti ad entrare in trattoria.

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“Non posso votare, mi anticipa, ma una cosa la voglio dire. E’ tanti anni che sono qui e quando sono arrivato io gli albanesi erano un problema per voi. Oggi dalla mia terra non si parte più con i barconi. Voi italiani siete cambiati, io vedo molta cattiveria, mi fate paura e sono molto preoccupato.”

carlotta.jpgCarlotta ha 25 anni. “Votare è molto importante, un cittadino deve votare. Per me i partiti e le coalizioni che si presentano sono del tutto insufficienti; io li metto tutti sullo stesso piano. Infatti annullo la scheda, che non è come non andare  a votare: perché quando troveranno tutte quelle schede annullate dovranno chiedersi il perché e spiegare come mai uno si sente di andare a votare e poi ti scrive una protesta sulla scheda. Ci sono tre argomenti  più importanti degli altri. Legalità, come lotta alla mafia: Falcone e Borsellino sono stati traditi dallo stato. Un’economia che  funzioni, perché l’Italia è un paese di cervelli in fuga. Eliminare il vecchio che c’è in questo paese. Renzi non mi piace, perché non ha fatto seguire i fatti e innovazioni di rilievo alle promesse.

Saverio viene dalla Calabria. In passato votava a sinistra, come suo padre che è ancora in Calabria, comunista da sempre. Ora vota Cinque Stelle, e pure suo padre. “Sai, questa storia che sono inaffidabili non è vera. Io li conosco: sono spesso qui a mangiare, data la vicinanza del mio locale con il Parlamento. Non sono professionisti della politica ed è per questo che la gente li vota. E’ inutile che continuino a dire che sono degli inesperti: è proprio questo che li fa piacere alla gente, vuol dire che non assomigliano a quegli altri. Spero che vincano. Le mie priorità sono il lavoro, meno tasse e la tutela degli italiani, che siano trattati in modo paritario, non si privilegino gli stranieri appunto. Non voglio dire che queste persone non hanno diritti, ma adesso si sta esagerando.” Poi vuole eliminare le spese parassitarie, come le auto blu, e Di Maio gli piace.

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Ormai le urne si chiudono e la notte sarà lunga lunga per gli scrutatori che non sono certo aiutati da un sistema semplice. Mai come questa volta la legge elettorale appena varata si mostra lo specchio della classe politica che con tutta probabilità uscirà sconfitta da queste elezioni.

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Reportage

Catalunya Election Day 21 Dicembre 2017

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Ho dei cari amici catalani che stimo molto. Mi piace il loro modo di vivere, mi assomiglia la loro voglia di condividere luoghi, cose, esperienze con gli amici. La loro allegria è contagiosa e la loro famiglia è calda, affettuosa e solidale. Ci siamo conosciuti una decina di anni fa, durante uno scambio casa. Loro ci cedevano per due settimane la loro casetta nel golfo di Llancá, sulla costa di Girona, e noi lasciavamo loro la nostra casa di campagna, sulle colline tra due laghi. Spesso gli scambi casa, che noi pratichiamo da anni, non prevedono l’incontro tra le due parti: si parte simultaneamente, dopo una conoscenza a voce e via mail. Arrivati, si trovano messaggi di benvenuto, che suggeriscono luoghi da visitare, ristoranti, mercati e spiaggette dove fare il bagno.

DSCF2010xWEB SIZEQuella volta avevamo accordi simili, ma poi ci fu l’imprevisto: Lluis doveva affrontare l’esame per la patente nautica da lì a poco, e quindi avremmo dovuto convivere per qualche giorno. Confesso che, durante il viaggio, eravamo seriamente preoccupati per la futura convivenza tra i due nuclei familiari, sei noi, cinque loro. Ma bastarono pochi minuti per capire che davvero con loro era tutto facile. La casa gli assomigliava, simpatica e gentile, del tutto informale. Alcune stanze erano ritagliate in ambienti inusuali come il sottoscala o quello che sembrava essere un armadio. Stendemmo anche un paio di materassi sulle terrazze, in una notte catalana piena di stelle e di profumi.

Da allora siamo rimasti amicissimi: nei dieci anni passati da allora ci siamo scambiati casa altre volte, oppure ci siamo reciprocamente ospitati, con frequenti visite che diventavano occasioni di grande allegria da vivere insieme.

Nelle discussioni politiche ci capivamo molto, con punti fermi comuni, ma in più loro si sentivano convintamente indipendentisti e sostenitori da sempre della lotta della Catalunya per l’indipendenza. Noi non eravamo pregiudizialmente contrari, ma facevamo fatica a capire, perché, dalla realtà italiana, consideriamo chi si dice a favore dell’indipendenza come sostenitore di una questione ridicola, di teorie senza altre basi popolari che non siano l’insofferenza verso il diverso, ormai identificato con il migrante che rischia di impoverire la nostra agiata quotidianità.

La stima che abbiamo nei nostri amici mi ha però aiutato a capire le differenze tra le due situazioni e le radici profonde che hanno le loro istanze. Così, anch’io sono arrivato con il fiato sospeso al momento drammatico del referendum del 1° ottobre, con il governo centrale spagnolo che ha messo in pratica le sue minacce repressive, arrivando a soffocare il diritto alla consultazione così violentemente che i feriti dalla polizia sono stati più di ottocento.

Oltre il 90 % dei votanti si è espresso nelle urne, difendendole con la propria presenza nelle scuole e nei luoghi pubblici, a favore della indipendenza. Quasi la metà degli aventi diritto si sono recati a votare nonostante i divieti.

L’Europa si è trovata di fronte a una grande prova di forza dei catalani, ma anche di civiltà e di rifiuto ostinato di ogni forma di violenza.

Ma, mi dicevo, ora che succederà? Il governo regionale proclamerà l’indipendenza o tratterà?

Da quel primo ottobre in poi ogni mattina cercavo in rete notizie dalla Catalunya. La situazione sembrava sospesa, tutti si rendevano conto di quanto la situazione fosse preoccupante e il governo di destra guidato da Rajoy non perdeva occasione per mostrare i muscoli e precludere ogni strada che potesse portare a una trattativa. Negli ultimi giorni di ottobre parto con amici per la Catalunya, invitato a una festa di famiglia, ma conscio che quelle ore sarebbero state decisive per la vicenda politica del paese.

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La tensione era davvero forte in quei giorni. Anche alla festa l’argomento era nella mente di tutti e alla fine della serata, a tarda notte, tutti hanno cantato il bellissimo inno catalano, Els Segadors:  …Così come la falce taglia le spighe dorate, così segheremo le catene.. Era chiaro a tutti che il giorno dopo sarebbe stato un momento

storico e il canto aveva anche il senso di darsi coraggio e di sentirsi ancora una volta uniti.DSCF2068xWEB SIZE La mattina, la radio conferma queste previsioni:       il presidente Puigdemont proclama di fatto l’indipendenza con il voto favorevole della maggioranza indipendentista del Parlamento catalano. Leggo per caso che nel primo pomeriggio è in programma una partita di calcio che assume un significato incredibile in questo momento: Girona vs Real Madrid. Come dire Davide contro Golia. Girona, la più indipendentista delle città catalane, contro il simbolo del potere centrale. E proprio oggi. A volte succedono cose che nemmeno a farlo apposta. Decido che devo andare là, non importa se non potrò entrare. Non avendo un accredito resterò fuori dallo stadio come facevo da ragazzino giusto per sentire i rumori, interpretandoli con l’immaginazione.

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Dallo stadio si percepisce il respiro della folla. Libertat! Libertat! scandiscono dagli spalti, ma senza violenza, come sempre, e, come sempre, con grande orgoglio. E poi succede quello che solo il calcio sa creare, la favola, l’incredibile:  2 a 1 per Girona!!! Davide ha vinto. Dallo stadio la festa si trasferisce in centro città. Il calcio, l’indipendenza la voglia di festeggiare e di non pensare più alle tensioni, tutto esplode in abbracci e grandi bevute. E ancora si canta l’inno catalano.

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Mia moglie Rossella ha postato sul suo profilo Facebook alcune immagini e qualche pensiero sull’incredibile ed emozionante momento che stiamo vivendo, ma le risposte dal nostro mondo (italiano e di sinistra) sono fredde, quando non addirittura ostili, verso le istanze che qui scaldano i cuori. Capiamo quanto sia difficile spiegare e capire questa realtà per chi, come noi, è abituato a sentir parlare di secessione dalla destra razzista ed egoista della Lega Nord. A poco serve spiegare la profondità e la storia di questo desiderio di indipendenza con radici così antiche, plurisecolari.

Così, mi sono ripromesso di tornare in Catalunya per le elezioni del 21 dicembre. Nei giorni precedenti alla mia partenza ho sentito il bisogno di entrare nel cuore della questione. Ho bisogno di capire, di essere al corrente delle novità dei vari schieramenti. Ho bisogno dell’aiuto di Ramon, altro amico catalano indipendentista e di sinistra, a letto con una gamba rotta per un incidente di moto. Ramon mi manda link e articoli e qualcosa comincio a capire. Soprattutto capisco che la situazione è complicata e percepisco il timore che una sconfitta possa ributtare indietro la storia e soprattutto allargare le già presenti divisioni.

Voglio dare al mio lavoro il taglio che più mi somiglia: quello del ritratto. Ne parlo con Ramon e con Lluis e Philippa, la mia ‘redazione catalana’. Loro sono d’accordo e mi aiutano a fissare due appuntamenti con delle persone rappresentative della realtà: un avvocato che difende gratuitamente le vittime della repressione del 1° ottobre e un’attrice molto amata e popolare, una bandiera delle istanze indipendentiste, con un taglio decisamente progressista. Vorrei fare il ritratto del paese in 24 ore nel giorno delle elezioni. Arrivo a Barcellona nel pomeriggio del 20, ritiro una piccola auto a noleggio e mi dirigo, con la velocità che il traffico intenso mi consente, verso Girona. Ci vorrebbe un’oretta andando piano, ma sono disposto a mettercene due. Ho grande calma, non ho appuntamenti se non per cena a Celrá, il paese dove mi attendono gli amici. Sembra la quiete prima della tempesta.

So bene che domani mi sveglierò con il buio per arrivare per tempo nei luoghi che la mia redazione ha individuato. DSCF2040xWEB SIZEIntanto, tra una coda e l’altra sbircio i manifesti elettorali e mi sorprendo a notare che quelli relativi al referendum sono molto più numerosi di quelli destinati alle elezioni attuali. Forse la causa si può trovare nel fatto che con i protagonisti all’estero, Puigdemont a Bruxelles e Rajoy a Madrid, i messaggi viaggiano di più su Internet e televisione. Nuovi messaggi poi, forse, non ci sono, se non quelli che reiterano le posizioni ormai note. Forse più presente è la nuova destra di Ciudadanos che grazie alla presenza di una leader molto telegenica, Inés Arrimadas, cerca di dare una immagine rinnovata a quella corrotta e stantia del centro destra. Pochi gli altri cartelli elettorali, semmai è frequente una strana simbologia che sembra più una grafica stradale, come fosse il divieto di superare una certa velocità: 155 sbarrato in rosso. In realtà è l’odiato articolo 155 che la monarchia impone come limite invalicabile alle autonomie locali. Lo trovo scritto con le bombolette sui ponti della superstrada spesso impresso su lenzuoli bianchi che invocano instancabili la liberazione dei presos, gli imprigionati, che la coscienza popolare invoca liberi  e che sono diventati veri e propri simboli di un potere limitato e sottomesso. I presos sono i due Jordi (Sanchez e Cuixart, leader dei due principali movimenti indipendentisti),  e Oriol Junqueras, vicepresidente della Generalitat, leader di Esquerra Republicana, un partito che è dato in grande ascesa e che oggi ha il volto di Marta Rovira.

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Proprio scendendo dall’auto dopo aver finalmente trovato un parcheggio, mi trovo di fronte un manifesto elettorale strappato che assume un preciso significato politico. Dal viso di Junqueras sorge infatti il bel volto di Marta Rovira e sembra dire che la repressione non può fermare la storia, e che le idee rinascono sempre più forti e radicate. Girona è bella: austera, decorata per il Natale, ma con una predominanza di giallo, il colore simbolo dell’indipendentismo. Poca gente per le strade, il vento e il freddo non aiutano la voglia di uscire, ma la tensione e il pensiero sono già all’indomani. Dalle finestre vedo la gente che si prepara per cena, qualche televisione è accesa ma quasi per abitudine, ormai c’è poco da dire che non sia stato detto.

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Forse fanno eccezione i più giovani, del resto Girona è una città universitaria, a loro rimane la voglia di ritrovarsi, di guardarsi in faccia e di condividere anche l’incertezza. Sono proprio loro che hanno più voglia di parlare, molti sono fuori sede, e da parte loro in generale c’è rispetto per questo paese, sicuramente c’è rifiuto per le soluzioni repressive. I giovani catalani sembrano più decisi; in giro chiedo previsioni, ma si appellano al silenzio preelettorale che da queste parti è molto rispettato.

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I miei amici sono deliziosi come sempre, ma questa sera mi sembrano ancora più partecipi e coinvolti dal mio progetto, provano gratitudine verso chi si propone di capire per sé e per spiegare ad altri le idee in cui credono.

Mi colpisce anche la loro preoccupazione per il momento e la consapevolezza che tutto quanto avrebbe potuto essere gestito meglio. Durante la serata scopro che tra loro non si erano ancora detti per chi avrebbero votato. Intuisco che l’indecisione li ha accompagnati fino ad ora. E’ tardi, bisogna alzarsi presto domattina. Io voglio essere al seggio prima dell’apertura e soprattutto vorrei raccontare Girona all’alba nell’ora immediatamente prima dell’evento.

cat1G0A2129 wsLa città si risveglia indolenzita la giornata è lavorativa.

Il bar dove bevo il caffè mi informa che sono state accordate quattro ore di permesso elettorale ai cittadini lavoratori e la maggior parte dei votanti andrà alle urne nel pomeriggio.

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Ho scelto di cominciare da un seggio elettorale dove la repressione del 1° ottobre è stata particolarmente dura. Ramon mi ha detto che probabilmente l’alta frequenza di voto nei primi minuti assume un simbolo di continuità con il referendum. Infatti molta gente è in attesa dell’apertura e in pochi minuti il seggio è pieno. Molto silenzio, molta correttezza.

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Le operazioni di voto si svolgono tranquillamente, i reporter e i giornalisti sono considerati i benvenuti: forse si vuole testimoniare la maturità democratica di questo elettorato. Visito un altro paio di seggi elettorali e decido di correre al mio appuntamento con l’avvocato Albert Carreras, il sole ha scaldato abbastanza l’aria e la vita è quella solita di una giornata lavorativa.

 

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 Avvocato Carreras, vorrei farle solo poche domande, quelle che la gente si pone, specialmente in Italia. Lei, insieme ad altri colleghi, si è messo a disposizione di coloro che hanno subito la repressione, a volte violenta, del 1° ottobre, quando la polizia di Stato ha cercato di impedire il regolare svolgimento del referendum. E’ sanzionabile il comportamento della Polizia, dal punto di vista del diritto e in base alle leggi  attuali?  Come avvocati rappresentiamo circa 200 persone colpite dagli eventi del 1 ° ottobre. Pensiamo che la polizia spagnola abbia responsabilità criminali nei fatti avvenuti durante il referendum. Per questo motivo sono state presentate denunce e reclami a nome dei consigli di Girona, Sant Julià de Ramis e Aiguaviva. Le motivazioni delle denunce con rilevanza penale sono per i reati di lesioni, tortura e violazione dei diritti  fondamentali.

Quale sarà il tribunale competente per poter dirimere la questione? Un tribunale statale catalano?  Il tribunale competente, per criterio di territorialità è quello di Girona, ma la competenza è dello stato spagnolo.

Secondo la sua opinione, che ruolo deve avere l’Europa in tutte le questioni legate al diritto in questo particolare momento storico? L’Europa svolge un ruolo molto importante. In Spagna al momento l’indipendenza giudiziaria non è reale. Il sistema giudiziario è soggetto a criteri politici. La repressione ideologica è un dato di fatto, la brutalità della repressione e le violazioni dei diritti che si sono verificate non si subivano da quarant’anni. Solo con un’Europa impegnata e forte si riuscirà a ottenere un ripristino dei diritti e delle libertà.

Ci salutiamo, devo correre a Barcellona, anche se in ritardo non posso fare a meno di fermarmi in un seggio vicino al mio posteggio: la gente è aumentata ancora anche se non si può dire che ci sia entusiasmo.

Mentre guido, Ramon mi aggiorna sui dati di affluenza che sono buoni, indicano percentuali di voto importanti. Lui, che è molto schierato sul versante indipendentista, non mi sembra accogliere positivamente questo dato.

Ci penso su e devo dire che la situazione mi sembra parecchio intricata. Vedo tre scenari possibili per l’indomani. Se dovesse prevalere nelle urne la parte statalista, le istanze indipendentiste, ma anche semplicemente di autonomia, subirebbero una battuta d’arresto. Se invece dovesse prevalere la scelta autonomista nel suo complesso, risulterebbe difficile non arrivare a un nuovo referendum, magari sotto la supervisione europea. Sicuramente un risultato che fotografa il paese diviso in due sarà il più probabile. A me viene sempre spontaneo pensare, e suggerire ai miei amici indipendentisti, una soluzione di nuova autonomia che possa scaturire dalla sconfitta probabile di Rajoy e da una possibile mediazione da parte di Podemos (Catalunya en Comù-Podem), con la sindaca Ada Colau nel ruolo di regista. Devo dire che i miei amici catalani alzano le spalle e giudicano questa ultima ipotesi impraticabile: per loro Podemos si è squalificata con posizioni che a loro sembrano molto ambigue.

Finalmente ho l’appuntamento con Silvia Bel per poterla conoscere e intervistare. Ci troviamo nel primo pomeriggio all’uscita dei teatri di posa dove lei gira una serie molto popolare che va in onda tutti i giorni. Arrivo con buon anticipo nel quartiere dove si trovano gli studios, Esplugues de Llobregat, zona storicamente industriale, molto nota anche per gli illustri personaggi che vi risiedono, data la vicinanza con il mitico stadio Camp Nou: Gerard Piqué con sua moglie Shakira, Dani Alves, prima che andasse a giocare alla Juventus, e Iniesta. Il quartiere ha un’aria molto internazionale con le scuole americana e tedesca. A me sembra subito evidente che l’atmosfera che si respira qui è particolare. I manifesti elettorali vecchi e nuovi sono in gran parte schierati a destra e nel campo statalista.

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Entro in un bar e la gente all’interno parla in castigliano della giornata elettorale. La maggior parte è orientata a non votare, qualcuno si dichiara favorevole ad accordare la sua preferenza alla Inés. Sono molti i sudamericani, mentre la padrona del bar è andalusa ma lavora qui da vent’anni. A voce molto alta dice che se vincono gli indipendentisti lei chiude e se ne va, tanto i suoi clienti verranno licenziati dalla Bayer, che è proprio qui di fronte, e non avranno nemmeno più i soldi per una caña. Mi rende noto che già 800 ditte con sede in Catalunya hanno deciso di andarsene dal quel 1° ottobre, che considera maledetto. Un personaggio un po’ più alticcio degli altri mi invita a visitare la palestra di fianco al bar: due luci che danno sulla strada, un po’ di puzza di sudore  e  un  forte senso  di appartenenza a  madre España  ostentato  sulle magliette sudate.DSCF2393x ws Chiedo anche al pugile, che non smette di saltellare, se avesse già votato e per chi. Per tutta risposta riprende a picchiare sul sacco con rinnovata energia. Decido che forse è meglio salutare e andare all’appuntamento con Silvia Bel.

Aspetto qualche minuto fuori dagli studios e finalmente lei arriva, la seguo nel traffico fino a casa sua dove mi ha promesso un caffè e la vista dall’alto della città.

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Le esprimo i miei dubbi e lei mi risponde. Le leggi più avanzate e innovative vengono sempre bloccate da Madrid. Il franchismo non è mai morto e loro eredi sono le destre stataliste. Obbietto che anche tra i partiti autonomisti ci sono formazioni di destra, ma Silvia è convinta che questi ultimi facciano parte di una destra più dignitosa e rispettabile con cui è possibile una dialettica democratica. Chiedo a Silvia cosa spera e cosa si aspetta dal voto di oggi. Ottimista e decisa, mi dice di avere sensazioni positive rispetto a queste elezioni che si sono svolte in un clima pessimo, con esponenti dell’indipendentismo in galera da molte settimane e il leader legittimo del governo catalano in esilio forzato. Ciononostante, la gente ha dimostrato una vocazione democratica che è quasi commovente. Nessun episodio di violenza, ma anche nessun ripiegamento dalle proprie convinzioni. “Si, è vero, siamo divisi in tre partiti fondamentalmente diversi, ma la vera votazione è su quello che ci unisce. Sarà molto importante il raggiungimento della maggioranza dei seggi. Io sono ottimista. Ci vediamo stasera nelle varie feste che si terranno nei posti dove si seguono gli scrutini.”

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Torno in città e cerco il seggio de la Escola Industrial, un posto molto bello anche dal punto di vista architettonico. Qui parlo con molti rappresentanti di lista che mi

DSCF2418x wsconfermano che la partecipazione è molto alta. Ormai tutti aspettano le 20, non tanto per la chiusura delle operazioni di voto, ma soprattutto per la diffusione degli exit poll. Infatti la grande partecipazione non può che avere un significato di inequivocabile legittimazione del voto, qualsiasi sia l’esito finale.

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Mi infilo in un taxi e mi faccio portare alla nave Bostik, un centro culturale autogestito che da dieci anni risiede nella vecchia fabbrica dove si confezionava la famosa colla, e dove stasera è attivo il centro di informazione e raccolta dati della formazione di sinistra di Unità Popolare, la CUP. Con 10 deputati, questa formazione è stata fondamentale nella passata legislatura, obbligando il leader storico di Convergencia Artur Mas a farsi da parte e a cedere la presidenza a Carles Puigdemont.                                                                 Il taxista mi informa sulle proiezioni delle 20, sembra distaccato sull’esito ma mi fa ascoltare e mi aiuta nella traduzione. Con la poca carica rimasta nel mio smartphone mi collego ai siti dei giornali Italiani che enfatizzano la possibile affermazione delle liste indipendentiste. Giro le notizie a Ramon che sembra rivitalizzato. La fabbrica Bostik è davvero bella con i suoi maestosi murales.

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La sala stampa brulica di giornalisti; tantissimi di questi mi sembrano molto giovani. In giro c’è un misto di soddisfazione per il risultato e di delusione per la performance della CUP, da cui i militanti si aspettavano di più. Prevale nelle conferenze stampa il giudizio complessivo, giudicato storico, mentre la natura stessa delle votazioni porta anche simbolicamente a premiare il partito di Puigdemont.                                                        Appunto: il partito del presidente esiliato a Bruxelles. E’ lì che devo andare, nell’hotel che è stato scelto come quartier generale di JuntsxCat. In venti minuti ci arrivo e qui c’è aria di vittoria e si tira un respiro di sollievo, consapevoli

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La soddisfazione è tanto più grande quanto più si definisce la sconfitta dell’odiato Rajoy, che in effetti conquista solo quattro seggi, con una vera e propria migrazione di voti a favore della lista Ciudadanos di Inés Arrimadas, che diventa primo partito, ma nella sicura impossibilità di formare una qualsiasi coalizione.

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Quando nei monitor appare il vincitore Puigdemont dalla sala si alza lo slogan: Puigdemont: President!. Le interviste si susseguono con protagonisti i vari leader del partito. Ormai è notte fonda una lunga giornata si sta concludendo.

DSCF2479 ws E’ già tempo di bilanci: qualcuno dice che presto bisognerà tornare alle urne, si accendono discussioni. Una cosa è certa per conto mio: abbiamo uno sconfitto e si chiama Mariano Rajoy, colui che ha voluto queste elezioni e che ne esce perdente.      Tutti hanno rischiato moltissimo, a cominciare da Puigdemont che se avesse perso si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di tutta la gestione della faccenda, con le polemiche e le divisioni che questo avrebbe comportato. Queste elezioni, però ci consegnano un altro verdetto, ed è una bocciatura per il comportamento dell’Unione Europea. Dentro l’idea stessa di comunità di stati c’era la soluzione per accogliere e valorizzare le autonomie, raccolte in una federazione continentale, che sembra sempre più lontana, ma sarebbe sempre più urgente costruire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Paolo Camillo Sacchi

paolo@sacchi.biz

Reportage

Catalunya, Election Day 21 de desembre de 2017

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Tinc bons amics catalans que aprecio molt. M’agrada la seva forma de viure, i ens assemblem en el desig de compartir llocs, coses, experiències amb els amics. La seva alegria és contagiosa i la seva família és càlida, afectuosa i solidària. Ens vàrem conèixer fa una desena d’anys, durant un intercanvi de cases. Ells ens cediren durant dues setmanes la seva casa a la badía de Llançà, a la costa de Girona, i nosaltres els deixàrem la nostra casa de camp, als turons entre dos llacs. Sovint, els intercanvis de casa que practiquem des de fa anys, no preveuen la trobada entre les dues parts: sortim simultàniament després de conèixer-nos per telèfon i via correu electrònic. Quan arribem, trobem missatges de benvinguda, que suggereixen llocs per visitar, restaurants, mercats i platges on fer un bany.

Aquell cop teníem un tracte similar, però després va passar una cosa imprevista: al cap de poc, en Lluís havía d’examinar-se de nàutica i llavors hauriem de conviure uns quants dies. Confesso que durant el viatge estàvem seriosament preocupats per la futura convivència entre els dos nuclis familiars, sis nosaltres, cinc ells. Però només vàrem trigar uns minuts a comprendre que tot sería fàcil. La casa se’ls  assemblava, simpàtica i amable, del tot informal. DSCF2010xWEB SIZEAlgunes estances estaven ficades en llocs inusuals, com a sota l’escala o en el que podía ser un armari. Fins i tot vàrem posar un parell de matalassos a la terrassa, en una nit catalana plena d’estels i de perfums. Des de llavors que som molt amics: en els deu anys que han passat hem intercanviat la casa altres vegades, o be ens hem allotjat recíprocament, amb visites freqüents que han esdevingut ocasions de gran alegria de viure junts.

En les discussions polítiques ens enteníem molt, amb ferms punts comuns, però a més, ells se sentien convençudament  independentistes i des de sempre partidaris de la lluita de Catalunya per la independència. Nosaltres no teniem prejudicis en contra, però ens costava d’entendre, perquè des de la realitat italiana considerem els que es postulen a favor de la independència com a partidaris d’una qüestió ridícula, de teoríes sense altra base popular que no sigui la intolerància cap al diferent, ara identificat amb l’immigrant que amenaça d’empobrir el nostre benestar actual.

L’estima que tenim pels nostres amics, però, m’ha ajudat a comprendre la diferència entre les dues situacions i les arrels profundes que tenen les seves demandes. Fins i tot jo vaig contenir l’alè en el moment dramàtic del referèndum de l’1 d’octubre, quan el govern central espanyol va posar en pràctica les seves amenaces de repressió, arribant a ofegar el dret a la consulta de forma tan violenta que la policía va fer més de vuit-cents ferits.
Més del 90% dels votants que es van expressar a les urnes, defensant-les amb la seva presència en escoles i llocs públics, ho van fer a favor de la independència. Gairebé la meitat dels que teníen dret a vot vàren votar, malgrat la prohibició.

Europa s’enfronta a una gran prova de força dels catalans, però també de civisme i de rebuig obstinat de qualsevol forma de violència.

Però, em preguntava, ara què passarà? El govern autonòmic proclamarà la independència o pactarà?

A partir d’aquell primer d’octubre, cada matí he estat buscant notícies de Catalunya a la xarxa. La situació semblava estar en suspens, tothom es va adonar que la situació era preocupant i que el govern de dreta liderat per Rajoy no perdía l’oportunitat de mostrar múscul i de tancar qualsevol via que pogués conduir a una negociació. Els últims dies d’octubre, me’n vaig anar amb uns amics cap a Catalunya, convidat a una festa familiar, però conscient que aquelles hores seríen decisives per als esdeveniments polítics del país.DSCF2054xWEB SIZE
La tensió va ser molt forta aquells dies. Fins i tot a la festa, tothom tenia el tema al cap i al vespre, tothom va cantar el bellíssim himne català, Els Segadors: …Com fem caure espigues d’or, quan convé seguem cadenes… Era clar per a tothom que l’endemà seria un moment històric i el cant també tenía el sentit de donar-se coratge i de sentir-se un cop més, units. DSCF2068xWEB SIZEAl matí, la ràdio confirma aquestes previsions: el president Puigdemont proclama de facto la independència amb el vot favorable de la majoria independentista del Parlament català. Llegeixo casualment que a primera hora de la tarda hi ha un partit de futbol que té un significat increïble en aquell moment: Girona contra Real Madrid. És com dir David contra Goliat. Girona, la més independentista de les ciutats catalanes, contra el símbol del poder central. I avui mateix. A vegades succeeixen coses que semblen fetes expressament. Decideixo que he d’anar-hi, tant se val si no hi puc entrar. Sense entrada, en quedaré fora l’estadi, com ho feia de petit, només per sentir la cridòria, interpretant-la amb imaginació.
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DSCF2090xWEB SIZEDes de l’estadi es pot sentir el clamor de la multitud: Llibertat, Llibertat! surt des de les grades, però sense violència, com sempre, i, com sempre, amb gran orgull. I després succeeix el que només sap crear el futbol, la fàbula, l’increïble: 2 a 1 pel Girona!!! David ha guanyat. Des de l’estadi, la festa es trasllada al centre de la ciutat. El futbol, la independència, el desig de celebrar-ho i de no pensar més en la tensió, tot esclata abraçades i grans celebracions. I de nou es canta l’himne català.

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La meva dona Rossella ha publicat al seu perfil de Facebook algunes imatges i algunes reflexions sobre el moment increïble i emocionant que estem vivint, però les respostes del nostre món (italià i d’esquerres) són fredes, quan no directament hostils envers el que aquí escalfa els cors. Entenem la dificultat d’ explicar i comprendre aquesta realitat per a aquells que, com nosaltres, solen sentir parlar de secessió des de la dreta racista i egoista de la Lega Nord. No té gaire sentit explicar la profunditat i la història d’aquest desig d’independència amb arrels antigues i pluriseculars.

Així doncs, em vaig prometre de tornar a Catalunya per a les eleccions del 21 de desembre. Els dies previs a la meva marxa vaig sentir la necessitat d’entrar al cor de la qüestió. Tenía necessitat de comprendre, d’estar al corrent de les novetats de les diferents opcions. Necessitava l’ajut d’en Ramon, un altre català independentista i d’esquerres, que està al llit amb una cama trencada per un accident de moto.

En Ramon m’envià links i articles i vaig començar a entendre alguna cosa. Sobretot, vaig entendre que la situació era complicada i vaig percebre el temor que una derrota pogués fer tornar enrrere la història i, sobretot, ampliar les ja presents divisions.
Vull donar a la meva feina el caràcter que em sembla més proper: el del retrat. En parlo amb en Ramon i amb en Lluís i la Philippa, la meva “redacció catalana”. Hi estan d’acord i m’ajuden a concertar dues cites amb persones que són representatives de la realitat: un advocat que defensa gratuïtament les víctimes de la repressió de l’1 d’octubre i una actriu molt estimada i popular, una abanderada de les reivindicacions  independentistes, amb un caràcter decididament progressista.

M’agradaria fer el retrat del país en 24 hores el dia de les eleccions.

Arribo a Barcelona la tarda del dia 20, agafo un cotxe petit de lloguer i em dirigeixo, a la velocitat que el trànsit intens em permet, cap a Girona. Es triga més o menys una hora sense córrer, però estic disposat a estar-n’hi dues. M’ho prenc amb gran calma, no tinc cap cita excepte per sopar a Celrà, el poble on m’esperen els meus amics. Sembla la calma abans de la tempesta.
DSCF2040xWEB SIZEProu sé que demà em despertaré encara fosc per arribar a temps als llocs que la meva redacció ha identificat.

Mentrestant, entre una cua i una altra, faig una ullada als cartells electorals i em sorprèn observar que aquells relacionats amb el referèndum són molt més nombrosos que els destinats a  les eleccions actuals.

Potser la raó es pot trobar en el fet que amb els protagonistes  a l’estranger, Puigdemont a Brussel·les i Rajoy a Madrid, els missatges viatgen més per Internet i televisió.

Nous missatges, doncs, potser no n’hi ha, excepte aquells que reiteren les posicions ja conegudes. Potser és més present la nova dreta de Ciudadanos, que gràcies a la presència d’una líder que llueix davant les càmeres, Inés Arrimadas, cerca donar una imatge renovada de la corrupta i rància centredreta.
Pocs són els altres cartells electorals, en tot cas, és freqüent un símbol estrany que s’assembla més a un senyal de trànsit, com si fos la prohibició de sobrepassar una determinada velocitat: 155 ratllat en vermell. En realitat, és l’odiat article 155 que la monarquia imposa com un límit insuperable a les autonomies locals. Ho trobo pintat  en grafittis als ponts de l’autopista, i sovint imprès en fulls blancs que advoquen sens descans per l’alliberament dels “presos”, els empresonats, que la consciència popular vol lliures i que han esdevingut pròpiament veritables símbols d’un poder limitat i sotmès. Els presos són els dos ‘Jordis’ (Sánchez i Cuixart, líders dels dos principals moviments independentistes), i Oriol Junqueras, vicepresident de la Generalitat, líder d’Esquerra Republicana, un partit que ha crescut molt i que avui dia té la el rostre de la Marta Rovira.
DSCF2439x wsNomés sortir del cotxe després d’haver trobat per fi un aparcament, em trobo al davant un  cartell electoral estripat que adopta un significat polític precís. Del rostre de Junqueras fa l’efecte que en surt el bell rostre de la Marta Rovira i sembla dir que la repressió no pot aturar la història, i que les idees reneixen sempre més fortes i arrelades.
Girona és bella: austera, decorada per Nadal, però hi predomina el color groc, el color que ha esdevingut símbol de l’independentisme. Poca gent pel carrer, el vent i el fred no conviden a  sortir, però la tensió i el pensament ja estan posats a l’endemà. Per la finestra veig que la gent es prepara per sopar, hi ha alguna televisió encesa, però gairebé per costum, no hi ha res que no s’hagi dit.
DSCF2353x wsPotser en siguin l’excepció els més joves, després de tot Girona és una ciutat universitària. Encara els queden ganes de trobar-se, de mirar-se els uns als altres i de compartir també les incerteses. Són ells els que tenen més ganes de parlar, molts són forasters  i, en general, tenen respecte per aquest país, i certament hi ha un rebuig per les solucions repressives. Els joves catalans semblen més decidits; tot passejant els pregunto quin pronòstic tenen, però apel·len al silenci preelectoral que aquí és  respecta molt .
DSCF2349x wsEls meus amics són tan encantadors com sempre, però aquesta nit semblen més implicats i involucrats en el meu projecte, senten gratitud cap als qui es proposen d’entendre’ls per si mateixos i per explicar als altres les idees en que creuen.

M’impressiona la seva preocupació pel moment i la consciència que tot hauria pogut estar millor gestionat. Durant la tarda me n’adono que entre ells, encara no s’han dit per qui votaràn. Crec que la indecisió els ha acompanyat fins ara.
És tard, cal aixecar-se d’hora demà al matí. Vull estar al col·legi electoral abans de l’obertura i, sobretot, m’agradaria explicar Girona a l’alba, en l’hora immediata a l’esdeveniment.

cat1G0A2129 wsLa ciutat es desperta mandrosa, és un dia feiner.

Al bar on prenc el cafè m’informen que s’han concedit quatre hores de permís electorals als ciutadans que treballen i que la major part dels votants aniran a les urnes a la tarda.

catx1G0A2160x wsHe optat per començar en una seu electoral on la repressió de l’1 d’octubre va ser particularment dura. En Ramon m’ha dit que probablement l’alta assistència de votants en els primers minuts es podria entendre com un símbol de continuïtat amb el referèndum. De fet molta gent està esperant que obrin i en pocs minuts el col·legi electoral és ple. Molt silenci, molta puntualitat.

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Les operacions de votació es realitzen tranquilament, els reporters i els periodistes son molt benvinguts: potser voldran testimonar la maduresa democràtica d’aquest electorat. Visito un parell més de seus electorals i decideixo anar a la cita amb l’advocat Albert Carreras. El sol ha escalfat prou l’aire i la vida és l’habitual d’una jornada laboral.
cat1G0A2157x wsAdvocat Carreras, m’agradaria fer-vos unes quantes preguntes, les que es fa la gent, especialment a Itàlia.

Vostè, juntament amb altres col·legues, s’han posat a disposició dels qui han patit la repressió, a vegades violenta, de l’1 d’octubre, quan la policia de l’Estat va intentar impedir el funcionament normal del referèndum.

És sancionable el comportament de la Policia des del punt de vista del Dret i en base a les lleis actuals? Com advocats voluntaris representem a unes 200 persones afectades pels fets del dia 1 d’octubre.
El nostre pensament és que la policia española va tenir responsabilitat criminal en els fets del referèndum. Per aquest motiu s’han presentat denúncies i querelles per les agressions en nom dels ajuntaments de Girona, Sant Julià de Ramis i Aiguaviva. Els motius de la querella criminal són per delictes de lesions, tortura i vulneració de drets fonamentals.
El jutjat competent, per criteri de territorialitat és el de Girona, però la competència és de l’estat espanyol.

Segons la seva opinió, quin paper hauria de tenir Europa en totes les qüestions vinculades al Dret en aquest particular moment històric? Europa té un paper importantíssim. A Espanya actualment la independència judicial no és real. El poder judicial es troba sotmès als criteris polítics. La repressió ideològica és un fet, i el retrocés i vulneració de drets que s’està produïnt no s’havia patit des dels darrers quaranta anys. Només amb una Europa compromesa i forta es podrà aconseguir una restauració dels drets i llibertats.

Ens acomiadem, he de córrer cap a Barcelona. Encara que faig tard no puc evitar detenir-me en un col·legi electoral prop d’on he aparcat: la gent ha augmentat tot i que no es pot dir que hi hagi entusiasme.
Mentre condueixo, en Ramon em dóna les dades de participació que són bones, indiquen percentatges de votació importants. Ell, que està molt decantat cap a la independència, no sembla acollir positivament aquesta dada.

Penso en això i he de dir que la situació em sembla molt intrincada. Veig tres escenaris possibles pel dia següent. Si preval a les urnes el bloc estatalista, les instàncies independentistes, i fins i tot  l’opció simplement autonomista, patirien un revés. En canvi, si hagués de prevaldre l’opció autonomista en la seva complexitat, resultaria difícil no arribar a un nou referèndum, potser sota supervisió europea. Segurament un resultat que retrati el país dividit en dos, serà el més probable. El que a mi em surt de natural, és pensar, i suggerir als meus amics separatistes, una nova solució d’autonomia que pogués derivar-se de la derrota probable que Rajoy i d’una possible mediació de Podemos (Catalunya en Comú-Podem), amb l’alcaldessa Ada Colau fent de directora. He de dir que els meus amics catalans s’arronsen d’espatlles i troben aquesta hipòtesi impracticable: per a ells, Podemos s’ha desqualificat amb posicions que els semblen molt ambigües.
Finalment, tinc la cita amb la Silvia Bel per poder-la conèixer i entrevistar.

Ens trobem a primera hora de la tarda, a la sortida del teatre en el que grava una sèrie molt popular que s’emet cada dia. Arribo amb molta antelació al barri on hi ha els estudis, a Esplugues de Llobregat, una zona històricament industrial, coneguda també per persones famoses que hi viuen, donada la proximitat al llegendari estadi del Camp Nou: Gerard Piqué amb la seva esposa Shakira, Dani Alves, abans d’anar-se’n a jugar a la Juventus, i Iniesta. El barri té un aire molt internacional amb les escoles americana i alemanya. Desseguida em sembla evident que l’ambient aquí és especial. Els cartells electorals vells i nous son en gran part d’opcions de dreta i en el sector estatalista.

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Entro a un bar i les persones que hi ha parlen en castellà sobre la jornada electoral. La majoria no pensa votar, algú es declara a favor d’atorgar la seva preferència per la Inés Arrimadas. Hi ha molts sud-americans, mentre que la mestressa del bar és andalusa però treballa aquí des de fa vint anys. En veu molt alta, diu que si guanyen els independentistes ella tanca i se’n va, molts dels seus clients es veuràn acomiadats de la Bayer, que està just al davant i ni tan sols tindran diners per fer una canya. Em diu que 800 empreses amb seu a Catalunya ja han decidit marxar des de l’1 d’octubre, que considera maleït.

Un personatge que ha begut una mica més que els altres em convida a visitar el gimnàs que hi ha al costat del bar: dues llums que donen al carrer, una mica de pudor a suor i un fort sentiment de pertinença a la mare Espanya, tal com ostenta a la samarreta suada.

DSCF2393x wsPregunto també al boxejador, que no deixa de saltar, si ja ha votat i per qui. Per tota resposta reprén els cops al sac de boxa amb renovada energía.

Decideixo que tal vegada sigui millor acomiadar-me i anar a trobar la Silvia Bel.

Espero uns minuts fora els estudis i, finalment, arriba. La segueixo entre el trànsit fins a casa seva, on m’ha promés un cafè i una vista des de la part alta de la ciutat .

catx1G0A2168x wsLi expresso els meus dubtes i em respon. Les lleis més avançades i innovadores sempre acaben bloquejades per Madrid. El franquisme no ha mort mai i els seus hereus són la dreta estatalista. Objecto que entre els partits autonòmics també hi ha formacions de dreta, però la Silvia està convençuda que aquestes formen part d’una dreta més digna i respectable amb la qual és possible una dialèctica democràtica. Li pregunto a la Silvia què espera i què s’espera de la votació d’avui. Optimista i decidida, em diu que té sentiments positius sobre aquestes eleccions que s’han produït en un clima pèssim, amb exponents de l’independèntisme a la presó des de fa setmanes i el líder legítim del govern català forçat a l’exili. No obstant, la gent ha demostrat una vocació democràtica que gairebé commou. Cap episodi de violència, i tampoc cap retrocés en les pròpies conviccions. “Sí, és cert, estem dividits en tres partits fonamentalment diferents, però la veritable votació és sobre allò que ens uneix. Serà molt important l’assoliment de la majoria d’escons. Jo sóc optimista. Ens veiem aquesta nit a les festes que hi haurà als llocs on seguirem l’escrutini”.

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Torno a la ciutat i busco la seu de l’Escola Industrial, un lloc molt bonic també des del punt de vista arquitectònic. Aquí parlo amb molts representants de les llistes que em confirmen que la participació és molt alta.

DSCF2418x ws Ara tots esperen les 8 del vespre, no tant pel tancament de les operacions electorals, sinó especialment per a la difusió de les enquestes a peu d’urna. De fet, la gran participació només pot tenir un significat de legitimació inequívoca de la votació, independentment del resultat final.

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Agafo un taxi i em faig dur a la nau Bostik, un centre cultural autogestionat des de fa deu anys que ocupa el lloc de l’antiga fàbrica on es produia el famós adhesiu i on aquest vespre s’ha activat el centre d’informació i recollida de dades de la formació d’esquerres de la Unitat Popular, la CUP. Amb 10 diputats, aquesta formació va ser fonamental en la passada legislatura, obligant al líder històric de Convergència Artur Mas a apartar-se i cedir la presidència a Carles Puigdemont.

El taxista m’informa de la projecció de vot a les 20 hores, sembla distanciar-se del resultat, però m’ho fa a escoltar i m’ajuda en la traducció. Amb la poca bateria que li queda al meu smartphone, em connecto a les pàgines dels diaris italians que emfatitzen la possible afirmació de les llistes independentistes. Li dono la notícia en Ramon que sembla revitalitzat. La fàbrica Bostik és realment bonica amb els ses majestuosos murals.

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La sala de premsa bull de periodistes; molts d’ells em semblen molt joves. Al voltant hi ha una barreja de satisfacció amb el resultat i de decepció amb el paper de la CUP, de la qual els militants n’esperaven més. Preval a la sala de premsa la opinió general, qualificada de històrica, mentre la naturalesa mateixa de la votació du, encara que simbólicament, a recompensar el partit de Puigdemont. Precisament el partit del president exiliat a Brussel·les: és allà on he d’anar, a l’hotel escollit com a quarter general de JuntsxCat. En vint minuts hi arribo i aquí hi ha un aire de victòria i es nota un sospir d’alleujament, conscient.

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La satisfacció és fa més gran a mesura que es defineix la derrota de l’odiat Rajoy, que efectivament només obté quatre escons, amb una pròpia i veritable migració de vots a favor de la llista Ciutadans d’Inés Arrimadas, que esdevé el partit guanyador, però que amb seguretat no podrà formar cap coalició.

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Quan en el monitor apareix Puigdemont com a guanyador, es coreja la consigna: “Puigdemont: President”. Les entrevistes se succeeixen amb protagonistes i varis líders del partit. Ja és negra nit i una llarga jornada s’està acabant.

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Ja és hora de fer balanç: algú diu que aviat caldrà de tornar a les urnes, s’encenen discussions. Jo crec que una cosa és certa: tenim un derrotat i es diu Mariano Rajoy, el que volia aquestes eleccions i que en surt perdedor.

Tothom ha arriscat moltíssim, començant per Puigdemont que si hagués perdut hauria d’assumir la responsabilitat de tota la gestió de l’assumpte, amb les controvèrsies i divisions que això hagués comportat. Tanmateix, aquestes eleccions ens donen un altre veredicte, i és un rebuig pel comportament de la Unió Europea. Dins la mateixa idea d’una comunitat d’estats, hi havia la solució per acollir  i millorar les autonomies, reunides en una federació continental, que sembla cada cop més llunyana, però que seria cada vegada més urgent de construir.

traducció: Ramon Oriol

© Paolo Camillo Sacchi

paolo@sacchi.biz