tecnica

LA BORSA

Sinar_21_2204_X_4x5_View_camera_92943Fare la borsa è un momento fondamentale per la riuscita di un servizio, di un reportage o di un ritratto e necessita concentrazione.

Bisogna immaginare il tema fotografico che ci si appresta a realizzare per tradurre il progetto nelle attrezzature adatte da portare con sé.

La scelta dell’apparato tecnico è un momento fondamentale che determina l’immagine finale, che si tratti di una committenza professionale o di una ricerca personale.

L’argomento è così vasto e così importante, a mio avviso, che merita alcune riflessioni rivolgendo lo sguardo al passato e confrontandolo con le immense novità che ci offre il presente.

Personalmente ho una formazione fotografica che definirei da studio sia per il momento storico in cui mi sono dedicato anima e corpo a questa passione che è poi diventata lavoro, sia per i maestri che mi hanno influenzato.

1976

Siamo negli anni Settanta.prima di licenziare ws

Molti giovani che frequentano il movimento degli studenti sono affascinati dalla fotografia e hanno ragione. Perchè la fotografia è una cosa importante e seria. I grandi reporter con le loro immagini scuotono le coscienze sbattendo la realtà in faccia ai benpensanti.

L’opinione pubblica mondiale impone la fine del conflitto in Vietnam, premendo con forza sui negoziatori di Parigi. La fotografia è la nostra arma, è lo strumento di denuncia che farà prendere coscienza alle masse.

Nel nostro immaginario la fotografia era prevalentemente in bianco e nero, cruda e contrastata come la realtà. La sensibilità di quei rullini doveva permetterci di scattare in sicurezza: se la grana diventava grossa, poco importava. Se esiste una competizione tra la qualità e l’immediatezza, senza dubbio la partita era vinta a favore di quest’ultima.

Ricordo di aver fatto l’assistente per uno storico fotografo dell’Unità, si chiamava Pais, Rodrigo Pais. Per andare in macchina con il giornale in tempo per stampare la storica immagine del milione di persone che ascoltava il segretario Enrico Berlinguer al Festival dell’Unità di Firenze nel 1976, bisognava raggiungere Milano.

Il Partito gli mise a disposizione un piccolo aereo per andare da Peretola a Linate. Su quel piccolo aereo Rodrigo Pais sviluppò la storica pellicola, una Tri-x che aveva scattato con una Horizon dall’alto di una impalcatura che vibrava ad ogni gradino, tanto che io non ce l’ho fatta ad arrivare in cima. Ma lui si. Sono certo che da lassù ha impostato un tempo super veloce per avere quanta più nitidezza possibile e contrastare il movimento della impalcatura di tubi Dalmine. E’ bello leggere del Pais quanto scrisse in questo post Roberto Roscani, a dieci anni dalla scomparsa, in occasione della mostra postuma che Roma gli ha dedicato.

Ma torniamo sul piccolo aereo dove Pais sviluppa con Patterson e acqua calda per ridurre i tempi del processo di sviluppo, e scende di corsa dal piccolo velivolo con il film svolazzante con destinazione la redazione dell’Unità.

Il Reportage aveva le sue regole e queste esigenze si traducevano in appropriate attrezzature. La fotocamera doveva essere robusta e affidabile, le ottiche fondamentali erano gli obiettivi grandangolari, tanto che Cartier Bresson amava dire “Un ritratto ha senso solo se senti l’odore del tuo soggetto: devi provare a mettere la macchina fotografica tra la pelle di quella persona e la sua camicia“.

Fare la borsa in quei giorni voleva dire non caricarsi troppo di pesi. Io portavo con me:

  • un paio di corpi Nikkormat per passare più rapidamente da un ottica all’altra
  • un paio di filtri per il bianconero: quello rosso per aumentare il contrasto, quello giallo per penetrare la foschia
  • tanta pellicola Ilford Hp4 o Kodak Tri-x, spesso bobinata a mano per risparmiare

1980esterno panizza

Il tempo passa e già negli anni ’80 di questa grana grossa come una ciliegia non ne potevamo più. Eravamo pronti ad innamorarci di Ansel Adams  e aderiamo tutti quanti allo stile f:64. Il nome si ispira alla minima apertura possibile dell’obiettivo, che consente una maggiore accuratezza nel dettaglio e una maggiore profondità di campo.

Ecco che la nostra borsa deve adeguarsi alle basse sensibilità e alla notevole profondità di campo. Necessariamente cambia e diventa valigia, anzi baule, per ospitare

  • il mitico banco ottico e tutti gli chassis necessari
  • il telo nero per poter osservare attraverso il vetro smerigliato
  • l’esposimetro Lunasix
  • il dorso Polaroid
  • luci tungsteno o flash
  • stativi e cavalletto stabile

Insomma cambia tutto, tutte le sfumature di grigio acquistano il diritto di cittadinanza e la grana diventa il nemico pubblico numero uno!

Certo ci vuole un fisico bestiale per trascinarsi dietro il tutto, ma ce la possiamo fare in nome della qualità.

1991vampiri bn

Ricordo che il mensile Gulliver mi mandò a New York per raccontare una storia che aveva come teatro i locali notturni della grande mela e per soggetto la moda del vampirismo che si stava sviluppando nel mondo underground e che, si scommetteva, sarebbe sbarcata nella vecchia Europa. Volete sapere che borsa ho fatto?

  • fotocamera Nikon F4 con 24, 35, 85mm.
  • secondo corpo Nikon F3
  • mezzo formato Bronica 4,5x6cm. con tre ottiche dal grandangolo al mezzo tele
  • dorso Polaroid
  • una dozzina di pellicole 35mm. prevalentemente Ektachrome E6 e altrettante in 120
  • due flash monotorcia da 1000 watt con relativi cavalletti, parabole, cavi, sincro flash e ombrellini.

Io mi trascinavo nella notte newyorkese con tutto questo in nome della qualità. Per fortuna ero giovane e forte.

Ora ci sembra incredibile e illogico, ma allora aveva un senso perchè le pellicole erano davvero ottime e di grande qualità, ma soltanto se la sensibilità non superava i 100 Iso. Esisteva la 400 Asa, ma faceva schifo, figurarsi a tirarla a 800 o 1600 iso. Nemmeno mi sfiorava l’idea.

1991Montagnana ws

Per registrare un miglioramento della qualità delle pellicole tale da farci cambiare lo stile di ripresa, bisogna arrivare verso la fine del secolo. Il progresso non riguarda tanto i film in positivo, quanto i negativi a colori, quelli che si sviluppavano in C-41.

Grazie a queste pellicole, siano queste Fuji oppure Kodak, si può lavorare con luci più tenui, spesso naturali, e con minor appoggio di fari e flash. Grazie ai grandi insegnamenti del maestro statunitense Dennis Marsico mi innamoro del grande formato panoramico e in particolare della Fuji Technorama. Inizialmente il formato che preferisco è l’estremo 6×17 poi approdo al 6×12 meno impossibile da impaginare sulle riviste. Ricordo di aver fatto un leasing per comperarla: costava una dozzina di milioni di lire.

Ho passato anni meravigliosi con il mirino della Linhof attaccato al mio occhio destro. Nei servizi mi portavo

  • il solito corredo Nikon perchè le riviste volevano quel formato
  • in più, per la mia ricerca personale la mia adorata ‘lunga’
  • il flash che è diventato uno solo e di dimensioni più ridotte

La mia borsa continua ad essere pesante, ma faccio a meno dei cavi, dei cavalletti e degli ombrellini, anche se mai dello stativo per le fotocamere.

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Ai primi anni di questo secolo succede quello che che sapete: arriva il digitale. Le prime fotocamere sono di bassissimo livello. Qualsiasi smartphone odierno ha più qualità di queste prime fotocamere digitali. Noi professionisti siamo tentati di rifiutarle. Alcuni di noi non riescono ad adattarsi alla“nuova barbarie”.

Il nostro modo di illuminare non regge più, quello che per anni avevamo studiato diventa inapplicabile. I ritratti ci restituiscono “facce di prosciutto cotto“. Gli editori, dal canto loro, capiscono subito l’enorme vantaggio economico e obbligano i reporter ad adattarsi, anche se non tutto di un colpo. All’inizio ci concedono, infatti, di affiancare la digitale all’analogico. Bisogna però risparmiare pellicola, imparare a scattare meno.

Questo a me non dispiace. Io sono un teorico dello scattare poco. Lo scatto compulsivo non serve a nulla. Enzo Nocera, grande ritrattista e  mio amico, insegnava ai ragazzi a ragionare, a sentire la luce. Ci allenava a trascurare l’esposimetro per insegnare al nostro occhio il dosaggio della luce. Funzionava, se ti tenevi in allenamento. Enzo nei viaggi in automobile aveva inventato il gioco dell’esposimetro. Dovevamo indovinare a occhio l’esposizione della casetta sulla strada o dei panni stesi sul prato. Quando eri allenato scattavi poco, e non praticavi il breketing. Così tra l’altro saprai sempre come hai scattato e se per caso sbagli ti ricorderai il perchè.

Ma torniamo alla mia borsa, certo così si complica ulteriormente:

  • Nikon F4 con tre ottiche
  • digitalina penosa che si chiamava D100 e che per fortuna montava le stesse ottiche dell’analogica pur necessitando il calcolo del fattore di moltiplicazione
  • Linhof 612 
  • pellicola per 135 e 120.

Siamo intorno al 2005 e da allora la qualità delle digitali migliora di anno in anno. L’editoria non ci paga più la pellicola, stretta anche dalle problematiche della sua stessa sopravvivenza. Dobbiamo farcene una ragione. Il lato positivo è che la borsa si alleggerisce:

  • solo digitale e corredo di ottiche
  • un paio di flashini tra loro sincronizzati

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Il prossimo cambiamento è però alle porte e si chiama Mirror less. La mia borsa si alleggerisce ulteriormente specialmente nei reortage si fa piccolina: in poco più di due spanne a tracolla ho tutto quello che mi serve.

  • Fuji X-T20 ottiche fuji 18, 23, 56 mm.
  • Flash dedicato
  • Canon EOS 5DS-R  con 24-105mm. (potrei anche farne a meno…ma nel ritratto mi da più concentrazione).

I sensori sono migliorati a tal punto da consentirci di lavorare con luce ambiente anche in situazioni estreme. Così anche il cavalletto resta in studio. Nei viaggi vuol dire avere tutto con sé nella cabina dell’aereo, anche i vestiti ! Che lusso !

 

 

 

 

 

 

 

Reportage, Ritratto

HOORA, tante isole a Tehran

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L’abbiamo incontrata in casa sua a Tehran, dove ci ha offerto un tè e deliziosi biscotti.  Dall’incontro è nata questa intervista, in cui Hoora si è raccontata a ruota libera.

Ho trentaquattro anni e insegno inglese, anche se sono laureata in ingegneria, come desideravano i miei genitori. Ho capito però presto di avere una forte vocazione artistica e, grazie a mia sorella, ho cominciato a dipingere e a suonare il piano.

Mi sono sposata, ma non ha funzionato e sono andata in India, dove ho vissuto dipingendo. Tornata a Tehran ho capito che la pittura ha una dimensione troppo individuale e che la mia vera vocazione è all’interno di un lavoro di équipe, traendo ispirazione dal confronto con gli altri. Da un paio d’anni, perciò, ho iniziato a lavorare in un collettivo teatrale.

In questo momento la mia generazione sta vivendo una fase di depressione, soprattutto per la grave situazione economica che il Paese sta vivendo e che toglie ai giovani le prospettive per un futuro.

Ma forse proprio nelle donne ci sono gli anticorpi contro questa depressione. Le donne sanno che vogliono crescere e possono farlo perché sono flessibili.  Le donne sono come la primavera, pronte a sbocciare come i fiori. Sanno anche che è importante mantenere questa spinta parallela tra la crescita individuale e una crescita di gruppo.

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Sappiamo che anche in Europa l’atmosfera non è molto più allegra: in Italia, per esempio, molti ragazzi se ne vanno all’estero sfuggendo alla mancanza di lavoro e a una società che non riesce a cambiare. Ma in Iran ci sono maggiori limitazioni e non possiamo spostarci liberamente per vivere gli aspetti positivi di questa globalizzazione.  Per andare all’estero, per studiare, lavorare o anche solo per turismo, sono necessari notevoli mezzi economici e quindi solo pochissimi possono farlo.

Ma nonostante questa difficile situazione la gente riesce comunque a formare delle realtà sociali in cui esprimersi, delle isole in cui si creano dei circoli virtuosi, anche se poi la comunicazione tra questi microcosmi non è sempre facile.

Il lavoro è per me una di queste isole:  all’interno della compagnia affrontiamo tutte le scelte e le decisioni in modo unitario, solidale. L’ultimo progetto cui ho partecipato è stato un lavoro selezionato per il Festival teatrale dell’Università, tratto dal Giardino dei Ciliegi di Cechov. La cultura russa è in realtà molto vicina a quella persiana e quindi si presta molto alla metafora: parlare di quella situazione e di quel tempo fa pensare immediatamente a questa situazione e a questo tempo.

Un’altra isola può essere quella della famiglia, ma nel mio caso molti elementi hanno creato rotture. Per esempio, mio padre è legato a valori etici molto rigidi, non ha accettato la mia separazione. Mia madre, nonostante la sua grande religiosità, mi ha invece supportato, poiché sono riuscita a farle comprendere il mio percorso, anche se ho resistito alla richiesta di tornare a casa una volta rimasta da sola.

Inoltre, mia sorella è morta in America di una rara malattia a soli 25 anni, purtroppo. Questo ha contribuito a disgregare la famiglia. Ora cerchiamo di comunicare con le nostre lingue differenti, in uno sforzo continuo per tenere unito il filo della comunicazione. Forse adesso, lentamente, ci stiamo comprendendo un po’ di più, via via che andiamo avanti con l’età.

Comunque la situazione economica è ciò che spaventa di più la mia generazione: ti svegli una mattina e i prezzi sono raddoppiati, come puoi cavartela da solo? Pensi: cosa studio per fare, per cosa lavoro?

Bisogna però fare un’ultima riflessione per capire come vanno realmente le cose. Oggi stanno aumentando la solidarietà e l’aiuto reciproco tra le persone. Molte sono le associazioni di volontariato che si danno da fare per migliorare le condizioni  di chi è più bisognoso. E questo è un vero antidoto per le nostre paure e le nostre preoccupazioni.

 

DSCF0429x wsE’ stato un vero piacere conversare con Hoora, intelligente, empatica. Nel raccontare fa emergere una decisa nota di tristezza, ma priva di disperazione. Salutiamo questa ragazza vitale, creativa, la sentiamo vicina, con problematiche che comprendiamo bene, come fosse un’amica dei nostri figli.

Prima di lasciarla, ripromettendoci di sentirci presto, un ultimo ritratto con alcune delle sue opere, nella foto di apertura.

Paolo Camillo Sacchi e Rossella Kohler

 

Qui un altro post del blog su un viaggio in Iran.

Qui invece un post, sempre sull’Iran, sul blog Fantastic Nonna.

Ritratto, succede

SMALLFAMILIES Triennale di Milano 19 e 20 Marzo 2019

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“Vuoi essere uno dei 34 artisti a raccontare Smallfamilies?”

“Scusa Johnny, ma che cos’è Smallfamilies?”

Quasi quattro milioni di famiglie italiane sono oggi composte da uno solo dei due genitori che vive con uno o più figli.
Sono definite famiglie monogenitoriali; noi preferiamo chiamarle “smallfamilies”, famiglie a geometria variabile.

L’idea parte dal libro SMALL HOME che è una antologia di racconti e testimonianze su difficoltà e opportunità legate a nuove soluzioni abitative, scelte o subite, scritte da persone più o meno note dai 5 agli 80 anni. Sono 34+1 racconti. Ti viene data una casetta di legno, tre pareti e un pavimento e un racconto da visualizzare. Tutto quello che il racconto ti suggerisce può essere lo spunto per il tuo allestimento.

Accetto e mi viene abbinato il racconto di Vincenzo Campisi.

 

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Ecco io ho creato questa casa dove le figure si illuminano dei loro pensieri dei loro valori dei loro affetti. La continuità di cui parla Vincenzo,

Reportage

BACK to IRAN

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(English version at the end)

Fra pochi giorni Rossella ed io torneremo in Iran e sarà la seconda volta che visitiamo questo meraviglioso paese. Questo mi dà lo spunto per pubblicare alcune foto del primo viaggio del settembre 2017.

DSCF0842x copiaOrmai lo sappiamo tutti che è un paese estremamente ospitale, colto e davvero gradevole da visitare. Tutto questo è così piacevole da scoprire, che il nostro primo viaggio è risultato davvero influenzato da questa sensazione. Ora avremo tempo e modo per poter raccontare con più profondità la vita nel paese. Saremo aiutati in questo da alcune persone che saranno preziosi interlocutori per capire e per conoscere maggiormente i problemi e le contraddizioni del paese, così come i lati inaspettati e poco conosciuti della società iraniana.

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Certo la situazione internazionale non è migliorata, anzi. Le tensioni nella regione sono sempre più alte e l’attuale amministrazione americana si è distinta per l’aggressività dimostrata nei confronti del governo iraniano. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti, nonostante la palese contrarietà dell’Europa, danneggiano gravemente l’economia del paese. Gli effetti sono evidenti e la popolazione ne paga drammaticamente le conseguenze. Tutto questo non può influenzare positivamente la necessaria modernizzazione e il processo riformista di cui il paese ha bisogno.

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DSCF0736xDSCF1638x copiaOra finalmente il viaggio è imminente: alcuni giorni a Tehran per poter svolgere i servizi che mi sono prefissato e poi giù verso sud in direzione Hormuz per visitare le isole del Golfo Persico.

DSCF0678xDel prossimo viaggio permettetemi di non dire di più: parliamo piuttosto della mia borsa fotografica. Da sempre infatti ritengo e sostengo che “fare la borsa” sia una degli elementi fondamentali per la buona riuscita del reportage che ci si appresta a realizzare. Oggi sono aiutato dall’esperienza del viaggio precedente. Confermo la scelta della mia “fujina” con tre splendide ottiche fisse e ultraluminose. Il tutto mi dà molte possibilità compositive e non mi distrugge la spalla. In più, il sofisticato look classico e quasi vintage della mia mirrorless non spaventa i miei soggetti come invece farebbe una normale SRL. Non tralasciate questo dettaglio, perchè risulta sempre fondamentale e molto prezioso per mettere a loro agio le persone.

DSCF0719xDSCF0939x copia

DSCF1701x copiaDSCF1700x copiaMi accorgo di aver impaginato in questa occasione una quantità di immagini che ritraggono le donne. No, non è un errore. Le donne sono sicuramente la parte più innovativa e avanzata di questo paese. La loro forza appare in modo molto evidente. Sono aperte, curiose e spesso spavalde nel rivestire un ruolo che risulterà essenziale nel progresso di questo paese. Vedendoci nelle loro città, nei loro villaggi, spesso invitano i figli ad avvicinarci per scambiare qualche parola in inglese perchè ogni occasione è importante per comunicare tra le genti.

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English version:

In a few days Rossella and I will return to Iran, the second time 
we visit this wonderful country. 
This plan gives me the opportunity to publish some photos of the 
first trip in September 2017.
Now we all know that this country is extremely hospitable, 
cultured and really enjoyable to visit and all this is so 
pleasant to discover, that our first trip was really 
influenced by this feeling. Now we will have time and way 
to be able to tell more about life in the country. We will 
be helped in this by some people who will be precious 
interlocutors to understand the problems and contradictions 
of the country, as well as the unexpected sides of Iranian 
society.
Of course, the international situation has not improved, 
indeed. 
Tensions in the region are getting higher and higher and 
the current 
US administration has stood out for its aggression towards 
the Iranian government. The sanctions imposed by the 
United States,despite the obvious contrariness of Europe, 
seriously damage the economy of the country. The effects 
are obvious and the population dramatically pays the 
consequences. All of this can't positively influence the 
necessary modernization and reformist process that the 
country needs.
Now finally the journey is imminent: a few days in Tehran 
to be able to carry out the services I have set and then 
down south towards Hormuz to visit the islands of the 
Persian Gulf.
On the next trip let me say no more: let's talk about my 
camera bag. 
In fact, I actually believe that "preparing the bag" 
is one of the fundamental elements for the success of the 
reportage that we are about to make. Today I am helped 
by the experience of theprevious trip. I confirm the choice 
of my "fujina" with three splendid fixed and ultra-bright 
optics. All this gives me many compositional possibilities 
and doesn't destroy my shoulder. 
In addition, the sophisticated classic and almost vintage 
look of my mirrorless doesn't scare my subjects as it would 
do a normal SRL.
Do not forget this detail, because it is very 
valuable to get people on a confort zone.
I realize that I have put on this occasion a number of 
portraits of women. No, it isn't a mistake. Women are 
definitely the most innovative and advanced part of 
this country. Their strength appears very clearly. 
They are open, curious and often brave in playing a 
role that will be essential in the progress of this 
country. 
In their cities, their villages, they often invite 
their children to approach us to exchange a few words 
in English because every occasion is important to 
communicate among the peoples.
 
 
 

 

 

 

 

 

Companies

40 anni SMEMO

gino e michele e nico a smemoranda wsLa Smemoranda compie 40 anni.

Nata nel ’79 dall’intuizione geniale di Gino, Michele e Nico Colonna, grazie alla creatività di Marco Donati e Francesca Carmi, Smemoranda è stata il primo social italiano.

Le mie fotografie hanno parlato di quegli anni e oggi ci aiutano a raccontare e a capire un fenomeno di grande importanza: basti pensare che 25 milioni di italiani hanno vissuto questa bella storia.

Il segreto di tanto successo è stato il crescere all’interno dei movimenti, rappresentandone le aspirazioni, la ribellione, il desiderio di identificazione, i valori, le debolezze, le contraddizioni, senza mai coprire, etichettare, dare per scontato.

La Smemo era viva e sempre piena di contenuti, di stimoli all’innovazione, di argomenti di dibattito, ma al tempo stesso lasciava tantissimo spazio alll’ambito personale, alla sfera dei sentimenti intimi.

Era la tua agenda: non poteva essere chiusa, confezionata e statica, ma riusciva ad essere il cassetto delle emozioni, il luogo delle riflessioni, dei valori e della cultura che in modo dialettico si arricchiva momento per momento. Era l’onda, il movimento.

aldo,giovanni e giacomo ws

Ricordo che, a un certo punto, forse per il ventennale, Nico Colonna e la redazione inventarono un concorso: mandateci la vostra Smemo e fateci vedere come l’avete ridotta.mix agende ws

In studio arrivarono delle vere e proprie opere d’arte. La vita vera era in quelle pagine. La quotidianità era appiccicata, direi anche abbarbicata, all’agenda. C’era il biglietto del concerto, la polaroid della tipa, la carta delle cicche, la poesia, un ritaglio delle mutandine. C’era il talento delle persone, la creatività del movimento.

agende smemo 7 x

Ricordo anche le campagne publicitarie che creavamo per le agende Smemo. Inventavamo di tutto: dalle città surreali un po’ alla Metropolis all’agenda scagliata contro le istituzioni, dai piumaggi precolombiani all’arte che scorre libera sotto gli occhi buoni di John Lennon.

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smemo city ws

Tecnicamente era molto stimolante: usavo lastre diapositive di grande formato e molto spesso il mio adorato 13×18. Immaginate che qui il computer non c’era e ci voleva pazienza a creare tutto con carta, cartoncini e cartapesta e, naturalmente, il mezzo fotografico.

E poi arrivarono i comici e l’intuizione di Zelig, con il teatrino di viale Monza, un momento di creazione artistica e aggregazione insieme.

Nel ’93 usciva il primo numero di una fanzine, secondo me, rivoluzionaria: Direfarebaciare.

dire fare baciare alex

Due sono le cose che qui voglio ricordare di quella esperienza: la satira politica che si riappropriava della tecnica e della potenza del fotomontaggio, che era stato l’anima della sinistra, dalla repubblica di Weimar alle battaglie antinaziste. Qui veniva usata in modo umoristico, sia per ridicolizzare la drammatica ascesa della destra berlusconiana e del razzismo padano in formazione, ma anche per dare spazio alla fantasia del racconto surreale.

bossi e berluscaTrovo interessante anche il fatto che questa tendenza si avvalesse della prima computer grafica, oggi alla portata di tutti, ma allora circondati di magia, che occupavano stanze refrigerate dove un mago, che in quel caso rispondeva al nome di Marco Donati, operava miracoli di fotoritocco. Lo stesso Marco mi guidava in ripresa per creare le basi fotografiche affinchè il fotomontaggio fosse credibile. Non dimenticherò mai le controfigure che usavamo sul set cui poi apporre le fisionomie dei potenti di turno.marco e giampi dire fareb092 ws

La seconda innovazione, che poi fece scuola in esperienze successive anche in televisione, fu la doppia intervista. Chiambretti e Capanna, Pino Daniele e Silvio Orlando, Piero Pelù e Jovanotti, ecc.pinodanielearticolodfb1

Una volta chiesi a Nico di mandarmi a Genova per raccontare per Dire Fare & Baciare il socialforum che si annunciava enormemente participato e molto carico di tensione. Era il luglio del 2001. Si discusse su questa proposta ma si decise che un reportage così non era esattamente inseribile nello stile del magazine. Inoltre in quei giorni si stava girando il nuovo spot Smemo, mi sembra che i testimonial fossero Angelo e Marco, in arte I Pali e Dispari, e io dovevo fare le foto di scena. Stavamo ultimando le riprese di quello spot e tutto era molto allegro e molto divertente, quando arrivò la notizia degli scontri e della morte di Carlo Giuliani. La tristezza e la rabbia avvolsero tutto e smettemmo di registrare. Tornando a casa, con Radio Popolare accesa in auto, pensai allora che c’erano due mondi separati e distanti: quello della comicità e della giustizia sociale contrapposto a quello del potere e dell’ingiustizia.

 

 

 

 

 

 

Reportage

24h Tel Aviv/Jerusalem

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Sono appena atterrato a Tel Aviv, ho superato senza problemi la barriera doganale, non senza qualche apprensione per via del mio timbro iraniano che per me testimonia soltanto la meraviglia di quel paese e la squisita gentilezza delle sue genti, ma che da queste parti pare alimentare sospetti.

Nessun problema, quindi solo un piccolo interrogatorio; ora sono fuori e già mi sento immerso nel grande vortice. Qui c’è modernità ed eccellenza tecnologica, ma anche il Medio Oriente che ti aspetti, brulicante e disordinato con grande vociare, dove vieni subito strattonato per salire su un taxi piuttosto che su un pullman.

Scelgo il treno che mi sembra più asettico e tranquillizzante per raggiungere l’albergo sul lungomare. Sulla strada ho modo di vedere quanto tutto conviva con il suo contrario; a seconda del luogo dove ti trovi puoi incontrare bellezza e sofisticata eleganza oppure miseria mista a una sorta di ruvidità verso il visitatore.

DSCF9399xwsTel Aviv è nota per essere la città del divertimento e della trasgressione, del design e della cultura. Il quartiere di piccoli edifici bianchi, che non a caso si chiama Neve, ha i contenuti di Tribeca nel corpo di Boston o di Barcellona. Dicono che in questa città le tensioni e le divisioni si percepiscano meno che nel resto del paese.

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Scelgo di iniziare dalla vista al museo d’arte di Tel Aviv, anche perchè in Italia lavoro da molti anni con gli amici del museo, che mi hanno sempre raccontato di quanto sia imperdibile ed emozionante visitarlo. In effetti questo è un luogo straordinario. La bellezza dell’architettura e la precisione nell’esposizione ti cattura subito come l’unicità di ritrovare raccolte di enorme importanza donate da famiglie facoltose, che in questo modo omaggiano Israele e contribuiscono a elevarne la cultura. Nulla pDSCF9388xbnwsotrebbe essere migliorato: dalle luci che evidenziano i quadri senza rubarne la scena, al rapporto tra le grandi sale e il materiale esposto. Alle opere esposte in modo permanente si affiancano mostre ed eventi di grande importanza: oggi ho la fortuna di trovare una esposizione delle opere del maestro Hiroshi  Sugimoto,con bellissime grandi stampe ai sali d’argento di una qualità davvero sorprendente.

Gerusalemme dista un’ora di auto, van o treno da Tel Aviv.  Scelgo il pulmino perché oggi è un shabbat particolare all’interno della settimana dedicata ad Hanukkah; questi furgoncini si riempiono di una decina di persone e con 35 shekel (circa 8 euro) ti portano direttamente alla porta della città vecchia.

Gerusalemme rappresenta lo scorrere del tempo, le culture stratificate, le genti costrette e abituate a dividersi lo spazio e il tempo, tra luoghi di culto e diffidenze grandi come le sue pietre antiche e come queste pesanti e inamovibili. Le porte che conducono alla città vecchia sono presidiate da militari solitamente molto giovani e super armati. Da qui a croce si dipana un suk formato da quattro zone distinte: ebraica, cristiana, armena e musulmana. Centinaia di piccole botteghe offrono le cose più varie senza grandi divisioni merceologiche: il cibo, i gioielli, le magliette per i turisti, i mobili e i tappeti.

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La trattativa è sempre serrata e solitamente si conclude con l’acquisto, anche se a prezzi totalmente diversi dalla richiesta iniziale. Capisci subito che non è il caso di iniziare una negoziazione se non hai intenzione di concluderla, pena un’imprecazione finale che tu non capisci, ma che ha il suono della condanna. Qui si cammina per ore e ci si perde trovandosi in un punto dove giureresti di essere appena passato.

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Mi sono fermato a osservare il fiume di persone, a immaginare le loro vite. Famiglie intere cercano di non perdersi tenendosi per mano, bimbi con i boccoli che escono svolazzanti dal cerchio della kippah e genitori dall’aspetto tipico stile kibbutz si alternano a super ortodossi con complicati cappelli (gli shtreimel) in zibellino che, se piove, vengono avvolti nel cellophane perché non si bagnino. Ci sono turisti con ombrellino, che qui sembra quanto mai utile, per chiamare a raccolta la comitiva alzandolo più in alto possibile perché sia visibile; ogni tanto passano piccole pattuglie di militari con enormi e pesantissimi kalashnikov, mi sembrano giovanissimi.

Ora vengo incanalato in una lunga fila con metal detector finale: siamo al Muro del Pianto: il Muro Occidentale, il Muro del Lamento, nato dal dolore degli ebrei per la distruzione del Tempio.  Qui è vietatissimo fotografare. Esco da un’altra porta che sbuca nel settore arabo: qui vengo attratto dai rumori allegri di bambini di una scuola islamica.DSCF9501xwsMi colpisce immediatamente il contrasto tra la purezza di questi scolari e la drammaticità di uno dei simboli delle tensioni mondiali, a pochi metri l’uno dall’altro. Ancora più forte è lo stupore nell’ascoltare la gentilezza, che non è proprio usuale trovare in Israele, nelle parole di un insegnante che ci invita a visitare il vicino Ospizio Austriaco della Sacra Famiglia, dal cui tetto si puo godere di una vista unica sulla città vecchia.DSCF9504xws Vedo due ragazzi che si abbracciano con lo sfondo della città: sembrano un simbolo del bene sul male, dell’amore sull’odio. Noi fotografi spesso immaginiamo storie ancora prima di conoscerle. Così lei mi sembra trattenere lui che avrebbe dovuto partire militare. Poi si girano verso di me e mi chiedono di scattare loro una foto con lo smartphone. Scambiamo qualche parole e scopro che chi è militare in realtà è lei, e per tre anni per giunta, mentre lui studente di tecnologia se ne resta a casa. Mi piacciono, gli dico che non dobbiamo smettere di pensare a un mondo migliore; loro mi guardano con un sorriso languido, in cui leggo la comprensione per quello che sono stati i miti della mia generazione, ma anche lo scetticismo per qualsiasi miglioramento. Ci scriveremo, forse. Anche se, mi lasciano intendere, non capiremo mai fino in fondo la loro realtà.

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Ci salutiamo. Loro tornano ad abbracciarsi, io mi ributto fuori dal cancello sulla Via Dolorosa. Lungo il percorso sono indicate le 14 stazioni, o soste, fatte da Gesù carico della croce: le prime nove lungo la strada, le altre all’interno della chiesa del Santo Sepolcro, luogo sacro del Cristianesimo, dove Gesù fu crocefisso e sepolto. Qui si entra in una sorta di girone dantesco dove gruppi di fedeli si abbandonano a momenti di vero fanatismo, incanalati verso le cripte da una specie di servizio d’ordine di religiosi vestiti con un saio scuro e dai modi estremamente bruschi.

DSCF9571xws La gente canta inni sacri in latino e si accalca con candele accese in mano per essere ammessa ai luoghi del pellegrinaggio. Sta diventando scuro e la città vecchia si accende di innumerevoli lampadine dalle gradazioni diverse. Corroverso il pulmino che mi riporterà a Tel Aviv.

http://www.paolocamillosacchi.com  –  @ paolo@sacchi.biz

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Reportage, succede

Innersounds

DSCF8995xwsClaudio Fasoli è un amico di famiglia (ho ereditato la sua amicizia da mio padre Dado, vitale novantaseienne) e uno dei più raffinati jazzisti italiani. Negli anni Settanta faceva parte del gruppo del Perigeo che, insieme agli Area, aveva creato il fenomeno del jazz-rock italiano. Fasoli ha collaborato tra gli altri con Lee Konitz, Mick Goodrick, Manfred Schoof, Kenny Wheeler, Mario Brunello e Giorgio Gaslini.

Ne avevo già parlato qui, in occasione di un ritratto che gli avevo fatto per un suo lavoro.

Oggi abbiamo assistito al cinema Anteo a un delizioso piccolo film che parla di lui e del suo processo creativo. Un documentario, rigidamente e jazzisticamente in bianco e nero, realizzato dal regista Angelo Poli e da un’ottima équipe di filmmaker.

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Claudio Fasoli e Angelo Poli

Il film è intitolato Innersounds, come il libro che Claudio aveva recentemente scritto e che rappresenta perfettamente la sua metodologia di composizione musicale. Dopo aver studiato, assorbito e incamerato note, suoni, vita, Claudio ricava da dentro di sé, e quindi elabora,  la sua musica.

Claudio è certamente un bravissimo sassofonista, ma oggi mi ha colpito la pulizia di questo film su di lui, ineccepibile per struttura, inquadrature e luci, con un biancoenero elegante e ricco. Un plauso ad Angelo Poli, regista di sovente scelto dalla pubblicità, ma direttore di documentari eleganti e sofisticati spesso dedicati allo sport e alla passione, anche per come è riuscito a far raccontare Claudio di sè, che è un grande musicista, ma non è certo un attore. Alcuni ricorderanno i tempi d’oro di MTV dove Angelo ha firmato lavori che ne hanno messo in evidenza lo stile e la competenza anche in ambito musicale.

Il film è rigoroso e libero, esattamente come la musica che Claudio compone alla ricerca di quella fantasia espressiva che lo guida e che così bene ci ha raccontato nel prezioso dibattito che ha seguito la proiezione, insieme al regista e a Luca Conti, direttore della rivista Musica Jazz che ha premiato Fasoli come miglior musicista dell’anno.

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Luca Conti, direttore di Musica Jazz, con Claudio Fasoli