Giancarlo Reggiani

Eravamo compagni di classe nel 1970.

Durante l’appello, quando una trentina di sedicenni ancora insonnoliti sedevano scomposti sui banchi, il tuo nome risuonava nella classe appena prima del mio: Reggiani e poi Sacchi. Smilzo, allegro, intelligente, generoso. Tanto smilzo e lungo da meritare il soprannome di ‘gambainbocca’, così allegro che il suo sorriso ti contagiava.

Il padre gestiva dei cinema nella zona della scuola e Giancarlo ci faceva entrare di straforo. Mi sembra di rivivere quella sensazione abusiva da privilegiato che sentivo sfilando davanti alla cassa del cinema, con lui che mi spingeva avanti con la mano: “lui è con me”, diceva sorridendo. Generoso, appunto, fino ad arrivare un giorno in corridoio, durante l’ora di religione cui spesso mancavamo, a regalarmi la sua “Nikkormat”: “Mi sono comprato la F con il Photomic” disse, giustificando il suo regalo, “questa vecchia bambina usala tu”.

La mia prima macchina fotografica vera! Ricordo la sua pazienza nell’insegnarmi ad usarla, ricordo il profumo dell’ammorbidente del suo maglione. “Mi raccomando quando monti l’ottica devi mettere su 5,6 il diaframma”. I primi passi nella fotografia li ho fatti con lui.

Giancarlo era vicino al movimento, ma non aderiva fanaticamente come noi. Troppo lo affascinavano la scienza e le imprese. Era appena approdato il primo uomo sulla luna, barcollante nel suo scafandro, e lui, con gli occhi spalancati davanti alla televisione in bianco e nero, non riusciva a trattenere l’entusiasmo e l’unica parola che riusciva a proferire era: “Bestiale!”.

Poi ci siamo frequentati un po’ meno. Io mi dedicavo completamente alla militanza politica, ero coinvolto giorno e notte in quel vortice appassionante. Lui seguiva le sue passioni: il volo, le moto, solo dopo le auto. Lo vedevo cavalcare un motorino scassato come se fosse il bolide di Agostini. “Bestiale!” e sorrideva raggiante togliendosi il casco. Reggiani, Sacchi e il liceo finisce. Anche il suo sorriso si spegne un poco, quasi un presagio della serie di sventure che l’avrebbero da quel momento accompagnato. Io mi ero iscritto a scienze politiche a Firenze.

Ci si vedeva meno, ma ci si sentiva spesso. L’argomento principale era la fotografia. Il nostro era un confronto continuo e serrato, non sempre sulle stesse posizioni, ma sempre con grande rispetto reciproco. Reggiani era un innovatore, convinto e un po’ estremista.

Pochi anni dopo Giancarlo si sposa con Teresa e insieme vanno in luna di miele in Spagna in moto. Lì su una strada lungo la scogliera vengono investiti da un’auto che aveva perso il controllo, invadendo la corsia opposta dove avevano la sfortuna di transitare i due novelli sposi. Teresa riporta ferite gravi che indurranno i medici ad amputarle una gamba. Il dolore è immenso per tutti noi amici, ricordo ancora le visite imbarazzate a casa loro cercando di renderci utili e portando la nostra solidarietà, provando in modo impacciato a infondere ottimismo e voglia di ricominciare. Per mesi la fotografia è stata messa da parte e le nostre discussioni tecniche non ci appassionavano più.

Tuttavia se lui non cercava rifugio nella sua passione, era la fotografia a cercare lui. Giancarlo era molto richiesto dalle riviste specializzate come Auto Capital che sembravano apprezzare molto le sue ricerche e l’espressività nuova che quel futurista dell’immagine riusciva ad esprimere. I suoi vibrati d’autore, le sue inquadrature, i suoi progetti impossibili come quella gara di ripresa da 0 a 100 tra una auto e un areoplano.

Non gli interessava soltanto documentare. Voleva farti vivere le emozioni che  lui stesso provava: la velocità, la tecnica, la meraviglia della meccanica che diventava lo specchio dell’ambizione umana verso limiti sempre più estremi. Voleva scassare i dettami della fotografia sportiva. E sapeva farlo: “La velocità, le vibrazioni che può dare l’adrenalina io le racconto con il mosso”, che lui chiamava vibrato quasi a nobilitarlo ulteriormente.

Conservava gli scatolini che contenevano le diapositive e li usava per costruire strani apparecchietti che fungevano da timer per far scattare a distanza le fotocamere, che poi fissava come una protesi ai mezzi più vari, dal bob al casco di un pilota.

Un brutto giorno Giancarlo vuole fotografare una Porsche per proporla in copertina per un suo libro fotografico. La vuole eterea, linea pura, senza nessuno sfondo che non fosse il cielo aperto. Una creatura universale, idilliaca. Per realizzare questo progetto, Reggiani convince la casa madre a dargli il consenso per elevare con una gru la vettura sul tetto della sede stessa della Porche Italia. La cosa si realizza in una mattinata di fine estate con un cielo terso e con le nuvolette che sembravano dipinte. Giancarlo è euforico, in trans agonistico, me lo vedo saltellare, felice, immaginando l’esito del suo lavoro. “Bestiale!”, avrà pensato, studiando la vettura posizionata in un luogo così pazzesco.

Forse avrà sentito l’adrenalina salire, inquadrando la macchina da mille punti di vista per decidere quello giusto, quello definitivo. Avanza e arretra più vicino, con una ottica corta, o forse più lontano con il teleobiettivo. Quello che è successo è che il tetto è finito sotto i suoi piedi e Giancarlo è precipitato nel vuoto.

Tornavo dalle vacanze in automobile con Rossella e i miei figli quando una voce irriconoscibile, che sembrava venire dall’aldilà, mi sussurra all’orecchio: Paolo, sono Giancarlo. Segue una pausa lunghissima, il tempo per lui di riprendere fiato e per me di realizzare che era proprio lui. “Sono stato in coma per molto tempo e ieri mi sono risvegliato, ma sono in uno stato non tanto bello da vedere.” Il giorno dopo ero a Milano alla clinica Columbus e potei verificare di persona che effettivamente il suo stato non era davvero molto bello da vedere. Giancarlo era uno scheletro che si aggrappava alla vita con tutte le sue povere forze. Da allora varie settimane di degenza e infinite operazioni per sperare di salvargli la gamba che secondo i medici avrebbe dovuto essere amputata.

Ricordo di averlo accompagnato al Galeazzi che aveva un reparto specializzato per cercare di far chiudere la ferita che non voleva saperne. Pochi giorni dopo accadde la tragedia dell’incendio della stessa camera iperbarica dove eravamo stati pochi giorni prima. Giancarlo mi confidò di aver sollevato da ogni responsabilità la Porsche Italia per l’incidente accaduto. “Rinuncio a un sacco di soldi, lo so, ma è la verità e poi nell’ambiente, se non mi addossassi tutte le responsabilità, chi mi darebbe ancora lavoro?”.

Già il lavoro. “Conciato così rischio di perdere tutti i clienti. E’ un attimo uscire di scena.” Così Giancarlo mi ha trasformato nella sua controfigura. Ha modificato la sua Volvo, gli ha tolto il sedile del passeggero per imbullonarci la sua sedia a rotelle, mi ha piazzato nel baule aperto e mi ha insegnato tutto sul suo stile, telecomandandomi come una sua protesi. Il pilota che ci seguiva guidando l’auto da riprendere si avvicinava  fino quasi a toccare me, arrotolato come una sardina nel bagagliaio spalancato.

“Mi raccomando, falla vibrare! Non usare tempi troppo rapidi.” E così, tramite me, Giancarlo ha continuato a lavorare e a pubblicare. E di questo sono sempre stato orgoglioso.

Reggiani però non si ferma. Fonda una rivista che definisce di fotografia pura senza compromessi. La chiama ZeroCento. In quel progetto investe tutti i pochi soldi rimasti, quelli che non aveva ancora speso per le innumerevoli operazioni. L’eredità dei suoi genitori stava finendo. Io ero il principale inviato della rivista.

ZeroCento durò poco. Troppo costosa da editare e con una distribuzione inesistente. In più, Giancarlo pretendeva una stampa maniacale e i costi salivano sempre di più. Il tempo medica e la vita continua. Giancarlo nel frattempo è diventato padre di Francesco.

Da tutto il mondo richiedono interviste tutte incentrate sulla sua caduta dal tetto. Sembra che pochissimi umani siano sopravvissuti ad un volo di 17 metri. Si studiano i dettagli dell’incidente, il numero di rotazioni del suo corpo il rapporto tra il peso e le giravolte effettuate, mi racconta anche di tesi di laurea che vengono redatte sull’argomento. Giancarlo non mi nasconde un po’ di fastidio nel rispondere a tutto questo. Anche il suo coma prolungato è oggetto di analisi.

A me lui racconta i sogni del coma. “Sai, Paolo, erano visioni da fotografo, sognavo di essere nel nero profondo che in realtà era una specie di albergo con tante stanze che io avrei dovuto fotografare. Essendo tutto nero non sapevo dove prendere l’esposizione e decidevo di andare per tentativi. Le voci presenti nel sogno erano quelle delle persone che, avrei capito più tardi, abitavano la mia quotidianità immobile: medici ed infermieri della rianimazione diventavano il padrone dell’albergo e i camerieri. Nel mio percorso nel nero passavo da un ambiente all’altro e realizzavo che alla fine delle stanze sarei precipitato. A quel punto decido di tornare indietro resistendo agli inviti delle voci che mi dicevano di proseguire. E’ così che mi sono risvegliato: disubbidendo.”

Pochi mesi dopo Giancarlo diviene protagonista di una causa che fa scalpore nell’ambiente dei fotografi. Infatti porta in giudizio un editore che gli ha letteralmente rubato una consistente serie di immagini per editare un libro sulla Ferrari, in cui neppure viene citato. La causa dura un paio di anni e incredibilmente Reggiani perde, con una sentenza scandalosa. Decisiva è la testimonianza di un noto critico dell’immagine che testimonia a favore dell’editore ladrone, sostenendo con una perizia che le immagini non hanno valenza autorale in quanto si caratterizzano come “pura documentazione non interpretativa”. La cosa non costa solo la perdita della faccia da parte del critico, ma anche un ulteriore indebitamento del povero Reggiani che viene costretto a pagare le spese processuali.

Dato che piove sempre sul bagnato, un terribile incidente d’auto coinvolge il figlio Francesco che prima di salvarsi passa in coma un periodo infinito. Questa prova ulteriore avrebbe stroncato chiunque, ma Giancarlo trova la forza per reagire aggrappandosi alla speranza e Francesco ne esce: forse anche lui negli incubi del coma avrà trovato la forza per disubbidire e tornare alla vita.

Se i dolori e le tragedie limano i fili che ci tengono ancorati a questo mondo, Giancarlo Reggiani ha dovuto sopportare tragedie che è difficile immaginare si possano abbattere tutte quante su una stessa persona.

La malattia contro cui ha dovuto combattere negli ultimi due anni lo ha vinto. L’epidemia pandemica che stiamo vivendo non ha certo aiutato le cure cui era sottoposto. Giancarlo non ha trovato più la forza di riemergere dal vortice dell’albergo nero, e dopo l’ultima porta è precipitato, stanco.

Voglio ricordare l’amico con le sue immagini con la sua vocazione innovativa, con le sue fotografie “bestiali”.

2 risposte a "Giancarlo Reggiani"

Add yours

  1. Caro Paolo , che bel ricordo che ci hai regalato di Giancarlo che mi ricordo di aver incontrato al Diaframma. Oltre al suo sorriso eri colpito dalla sua gentilezza. Sono sicura che la sua luce brilli nel cielo infinito. Un abbraccio Noris

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: