Reportage, succede

Il mio Kerouac

DSCF2568x wsAlessandro Castiglioni, curatore e ricercatore, che da alcuni anni si occupa di ricerca per il museo Ma*Ga di Gallarate e mio figlio Tommaso, che è a capo della Segreteria cultura del Comune di Firenze, una sera si trovano a cena e parlano dell’importante mostra su Jack Kerouac – Painting a cui Alessandro Castiglioni ha molto lavorato per il Ma*Ga di Gallarate. “Jack Kerouac, ma certo! sono stato a casa sua.”. Tommi infatti mi seguiva volentieri durante i servizi fotografici e questo, in particolare, prometteva bene. Siamo andati a Lowell vicino a Boston. Era il 1996.gruppo

tommi e scoiattolo
Tommaso gioca con uno scoiattolo a Lowell. Solo ora realizzo che mi fidavo a tal punto di quel tredicenne da affidargli la mia amata Linhof 612.

Il reportage era uno di quelli innovativi come la rivista Gulliver in quegli anni proponeva spesso ai suoi lettori: Il giovane Kerouac, giornalista del Boston Globe e rivelazione letteraria con i suoi primi romanzi, ancora prima della sua consacrazione globale con On the road, vera e propria bibbia della beat generation. Con noi il giornalista Gianemilio Mazzoleni, ora condirettore di Style. Il tema erano i luoghi, gli amici, la casa di Kerouac. Accompagnati da John Sampas, cognato e amico fedele di Jack, abbiamo potuto visitare tutto questo. Sono rimasto molto colpito dai quadri e dai disegni così forti e lirici, che erano conservati nella casa di Kerouac. Ho chiesto e ottenuto il permesso di fotografarli insieme agli oggetti e ai taccuini dove erano trascritte le trame dei libri dello scrittore.

casa k Il mensile uscì qualche settimana dopo, ma le foto che documentavano questa sconosciuta seconda arte del grande Jack, sono rimaste nelle scatole di cartone dell’archivio dello studio a Sereia in questi 23 anni.

Alessandro si è così entusiasmato per questa storia che ha subito chiesto  di vedere il materiale, alcuni plasticoni di diapositive. Una settimana dopo ci siamo incontrati al Ma*Ga con la Presidente Sandrina Bandera e con la direttrice Emma Zanella.

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Immediatamente vengono scansite le immagini e si decide di presentare “il reperto” il 17 di marzo dedicandogli uno spazio di proiezione. Infatti con il contributo del mio caro amico Umberto Vecchi abbiamo impostato un semplice audiovisivo che fino al 22 del mese di Aprile è proiettato presso il Museo di Gallarate.

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18 marzo Ma*Ga di Gallarate

 

Reportage

Italian Election day

NATIONAL GEOGRAPHIC TRAVELERMi alzo presto oggi. E’ un giorno importante in Italia: si vota dopo molti anni e in mezzo a problemi mai, come questa volta, drammatici. Al seggio del mio paese è ancora buio quando arrivo. Scambio qualche parola con i giovani scrutatori che aspettano di entrare. Mi viene in mente quando, da studenti, era uno dei lavoretti possibili, qualche soldo e molto onore. Ci sembrava  di essere utili ingranaggi nel grande gioco della democrazia.

Alcuni di noi, iscritti al PCI, davano tutto il compenso al Partito.

Già il partito, appunto. Assomigliava a un padre severo ma giusto, indispensabile. Come il padre ti faceva incazzare. Lo contestavi, magari, lo volevi svecchiare, lo speravi più simile a te, ma il rispetto e la certezza che ti trasmetteva erano innegabili: stavolta si cambia!

1975, Firenze. Io studiavo lì, e sognavo di fare il fotografo, lavoravo in fabbrica per pagarmi l’università. I miei amici de L’Unità  mi avevano fatto avere un permesso per fare le foto al festival. enrico berlinguer 1976Avevo fotografato Enrico Berlinguer. Le prossime elezioni avrebbero potuto essere l’occasione per il  sorpasso, per cambiare l’Italia con il voto, con la democrazia, ma cambiarla e costruire un paese diverso, nuovo. “Perché questa volta non si tratta di cambiare un presidente, ma sarà il popolo a costruire un paese differente”, così diceva la canzone Venceremos degli Inti Illimani, esuli cileni nel nostro paese, che era cantata e urlata nelle nostre manifestazioni. Il voto, il cambiamento, la speranza di cambiare, non riuscire a dormire la notte prima. E poi, l’attesa, la ricerca di segnali che ti aiutino a capire. ‘Come sta andando? Qual è il sentimento del paese?’

Tutto questo mi viene da pensare parlando con questi ragazzi del 2018, davanti al seggio del mio paese.

Sono le sette, il mio racconto in 24 ore può iniziare.

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Voto di corsa, saluto i ragazzi e auguro loro buon lavoro. Corro alla stazione, vado a Roma: ho scelto la capitale per il mio racconto. Treni veloci, anzi velocissimi, mi permetteranno di essere nella capitale alle 12. Forse: perché il gelo degli ultimi giorni ha causato ritardi di ore, gente esasperata, abbandonata nelle campagne per un sacco di tempo, aspettando di ripartire. Se ci pensiamo, è il simbolo perfetto della situazione.

La contraddizione è generale, in ogni campo. Abbiamo strumenti di informazione così diffusi e accessibili come mai prima, diretti, immediati. Possiamo essere in contatto con tutti e le notizie possono arrivare velocemente ai social. Ma questo eccesso di informazione ha prodotto l’effetto contrario: la mancanza di credibilità, l’epidemia delle fake news hanno partorito l’assuefazione, il disinteresse.

Spiegare la contraddizione è difficile. Mi si ammucchiano gli esempi nella testa. Tutto è in contraddizione. Il mio lavoro, per esempio. Il mestiere di fotografo è stato disintegrato: i migliori tra noi sono costretti a vivere facendo workshop, le riviste non producono più. Eppure non c’è mai stato un interesse così alto per l’espressione fotografica come oggi. Le mostre sono piene, i blog di fotografia sono al centro dell’interesse collettivo. E così pure la cultura in generale. Poi accendi la televisione e tutto questo non lo trovi. E spegni.

Poi, la medicina ha certo fatto passi da gigante, ma conosco persone che non vanno dal dentista per paura che proponga interventi che non possono permettersi. Al lunedì siamo commossi dall’ennesimo naufragio, ma il giorno dopo invochiamo ordine e confini rigidi. Crediamo essere assediati dai crimini, ma se leggiamo le statistiche scopriamo che i dati reali dicono il contrario.

Abbiamo un papa che forse vorremmo avere a dirigere il partito della sinistra. Contraddizioni, solo contraddizioni. Le previsioni elettorali dicono che potrebbe vincere uno che credevamo fuori dai giochi, anzi uno che dovrebbe esserlo per legge. Ma la legge, si sa, non vale sempre, vale quando si vuole colpire gli indifesi. Loro la possono aggirare. L’Italia è una repubblica nata dalla Resistenza, tutti lo sappiamo, il fascismo è fuori legge, oltre che essere fuori dalla storia. E poi, ti trovi nelle liste  elettorali dei partiti che sono addirittura nazisti. E l’unico attentato terrorista di questi anni, nel nostro paese, l’ha commesso un bianco esagitato, tra l’altro candidato in un partito che si propone di guidare il paese, che ha sparato nel mucchio, colpendo migranti, che avevano la colpa di essere migranti e la sfortuna di essere lì in quel momento.

Come è ordinata e vuota la Stazione Centrale di domenica mattina. Prendo posto sul treno e il tempo vola scrivendo i miei appunti di viaggio.

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Ilaria è insegnante, ha votato e viaggia verso Napoli. Le chiedo quali sono i tre temi che maggiormente la coinvolgono. “Il primo è la legalità: a Napoli ho visto accettare 50 euro per un voto, da persone che la miseria morale e materiale aveva reso disponibili a vendere pure questo diritto. Del resto la legalità è una promessa mai mantenuta, una promessa con i suoi martiri sempre rimpianti e mai rispettati, da Mani Pulite in poi. Pensiamo solo che Berlusconi si trova candidato a guidare il paese, con buone probabilità di essere eletto a un ruolo di governo che non può espletare, visto che è condannato in via definitiva per reati incompatibili a quella funzione. Il secondo punto è la scuola: la formazione è importante per contribuire alla crescita di un paese moderno. Il terzo punto è il welfare, non si possono vedere assurdità come pensioni minime che non permettono la sopravvivenza insieme a super-rendite da favola.” Prima di andare via mi dice la sua previsione: vinceranno i Cinque Stelle.

Chiedo al suonatore del metrò quale sia la fermata giusta per Il Baobab. Lui lo sa e me lo dice. Appena dietro alla stazione Tiburtina.

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Cammino un bel po’ per arrivare al Baobab Experience: del resto le tende dei migranti mica li tengono in via Condotti.  Andrea Costa mi riceve e mi guida nel centro di accoglienza. 70 000 persone sono state ospitate nella tendopoli del Baobab.

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“Questa mattina mi sono svegliato con il ricordo di mio nonno, che era partigiano e che quando andava a votare si metteva il vestito buono. Per gente come lui non sono proprio capace di non andare a votare, di non esercitare un diritto così fondamentale.

Ma quanta lontananza da questa classe politica: il Baobab è stato sgomberato 22 volte, con le giunte più diverse, da Marino alla Raggi. Ci sgomberavano e la sera noi tornavamo qui a dare accoglienza. Nessuno capisce il problema dei profughi. Ne sanno parlare solo in termini di repressione o di propaganda. Meno male che c’è la solidarietà delle persone del quartiere. Qui ci sono gli ultimi. La solidarietà l’abbiamo sentita quando il freddo pungente di questi giorni faceva tremare. Le vecchine che ci portavano le coperte e spesso la Chiesa, la Chiesa migliore, che ci fa sentire la sua vicinanza. Per esempio Padre Konrad (elemosiniere del Papa, n.d.r.) è arrivato con un furgone del Vaticano e ci ha portato quella struttura bianca che ora  è la mensa del Baobab.

La solidarietà è anche qui, dentro le persone. Quando c’è stato il terremoto i profughi qui al centro hanno organizzato spontaneamente una cerimonia di preghiera per le popolazioni colpite. Copti, sciiti, cristiani tutti insieme, nel nome dell’umanità: gli ultimi si sono sentiti chiamati in causa per qualcuno che oggi stava peggio di loro. E noi come rispondiamo?

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Vado al Teatro Parioli ad incontrare Ivano Marescotti, attore di cinema e di teatro molto noto al grande pubblico. Più di 50 pellicole in cui interpreta personaggi popolari e caratterizzati alla sua maniera. Nel film “Cado dalle nubi” ha interpretato un leghista padre della protagonista. La sua posizione politica attuale mi incuriosisce e ben rappresenta un percorso comune a buona parte del popolo della sinistra.

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Queste elezioni sono completamente diverse dalle altre. Io sono sempre stato del Partito Comunista, anche se ero critico. Da quando non c’è più il cemento ideologico del partito sono sbandato di qua e di là. Mi ero addirittura candidato con Tsipras, ma liste così  (e ce ne sono anche ora) non hanno valore, fatte per candidare qualcuno, e poi gli eletti non si salutano neanche. Questa volta avevo deciso di non votare, perché non c’era niente che  mi rappresentava. Ma votare significa fare che gli altri votino per te, come per l’8 per mille: se tu non dai una preferenza il tuo 8 per mille viene comunque preso e distribuito tra tutti. Io ho deciso allora di votare contro questo governo e, non ideologicamente, voterò per i Cinque Stelle. Sono un partito che non mi rappresenta, ma è all’opposizione e l’ho trovato al mio fianco quando abbiamo fatto la battaglia per il no alla riforma istituzionale. Lo faccio anche dal punto di vista tattico, perché  potrebbe rovesciare il tavolo di questa politica che da 30 anni è completamente degenerata. Peggio di  questi governi penso sia impossibile. Questi non li conosciamo, non mi fido neanche tanto, ma conosciamo benissimo quelli che hanno governato finora. Non mi iscriverò ai Cinque Stelle, ma non mi serve  più votare per tutti quei partitini per cui avevo già votato, dall’Arcobaleno a Rivoluzione Civile a Tsipras, non hanno risolto niente e sono serviti  solo a mettere in pace le nostre coscienze. Io, da comunista, sono contro il governo e sarò anche contro il governo dei Cinque Stelle. Purtroppo la sinistra non c’è, non è rappresentata, e non c’è neanche nel sociale: rispetto a ciò che è successo negli ultimi tempi, negli anni Settanta saremmo scesi nelle piazze, adesso non si muove nulla. Le ultime battaglie politiche sono state 15 anni fa, quando c’era ancora un’opposizione e il PD non tradiva il sociale per spostarsi completamente a destra.

Lui va in scena con il suo ultimo lavoro teatrale, “I have a dream”. Lascia la valigia pronta in camerino per correre dopo lo spettacolo a votare a Bologna. Io invece mi ributto nella città con una pioggia che non lascia scampo.

Vedo un gruppo di giovani con la faccia da stadio, mi avvicino, gli faccio delle domande che non vengono accolte con grande entusiasmo. Andrete a votare, lo avete già fatto ? Mi guardano come fossi un marziano bagnato e mi espongono tutta la contrarietà che hanno nei confronti del sistema. No, a votare non ci vanno. Solo uno dice che lo farà e che vuole “votare italiano”. Gli chiedo di poterli fotografare anche se già immaginavo la risposta. Me la cavo senza danni perchè mi chiedono per quale squadra faccio il tifo e pare che la mia sia gemellata alla loro.

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Hashrey è albanese. A dirla tutta pensavo fosse emiliano, perché con grande abilità produce pasta a mano e tagliatelle sulla strada per invogliare i passanti ad entrare in trattoria.

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“Non posso votare, mi anticipa, ma una cosa la voglio dire. E’ tanti anni che sono qui e quando sono arrivato io gli albanesi erano un problema per voi. Oggi dalla mia terra non si parte più con i barconi. Voi italiani siete cambiati, io vedo molta cattiveria, mi fate paura e sono molto preoccupato.”

carlotta.jpgCarlotta ha 25 anni. “Votare è molto importante, un cittadino deve votare. Per me i partiti e le coalizioni che si presentano sono del tutto insufficienti; io li metto tutti sullo stesso piano. Infatti annullo la scheda, che non è come non andare  a votare: perché quando troveranno tutte quelle schede annullate dovranno chiedersi il perché e spiegare come mai uno si sente di andare a votare e poi ti scrive una protesta sulla scheda. Ci sono tre argomenti  più importanti degli altri. Legalità, come lotta alla mafia: Falcone e Borsellino sono stati traditi dallo stato. Un’economia che  funzioni, perché l’Italia è un paese di cervelli in fuga. Eliminare il vecchio che c’è in questo paese. Renzi non mi piace, perché non ha fatto seguire i fatti e innovazioni di rilievo alle promesse.

Saverio viene dalla Calabria. In passato votava a sinistra, come suo padre che è ancora in Calabria, comunista da sempre. Ora vota Cinque Stelle, e pure suo padre. “Sai, questa storia che sono inaffidabili non è vera. Io li conosco: sono spesso qui a mangiare, data la vicinanza del mio locale con il Parlamento. Non sono professionisti della politica ed è per questo che la gente li vota. E’ inutile che continuino a dire che sono degli inesperti: è proprio questo che li fa piacere alla gente, vuol dire che non assomigliano a quegli altri. Spero che vincano. Le mie priorità sono il lavoro, meno tasse e la tutela degli italiani, che siano trattati in modo paritario, non si privilegino gli stranieri appunto. Non voglio dire che queste persone non hanno diritti, ma adesso si sta esagerando.” Poi vuole eliminare le spese parassitarie, come le auto blu, e Di Maio gli piace.

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Ormai le urne si chiudono e la notte sarà lunga lunga per gli scrutatori che non sono certo aiutati da un sistema semplice. Mai come questa volta la legge elettorale appena varata si mostra lo specchio della classe politica che con tutta probabilità uscirà sconfitta da queste elezioni.

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Reportage, Ritratto

Ritratto di un Parco

DSCF2703xwsNel corso del 2001 Sergio Pellizzoni e Silvio Anderloni mi hanno chiamato a realizzare uno dei lavori più belli e coinvolgenti che mi sia mai capitato di fare.costruzione pontileSi voleva realizzare un libro che fosse il ritratto di un parco e della gente che lo vive come un quadro composito che seguisse l’andamento delle stagioni e delle diverse attività che in questo si svolgono. Giorno dopo giorno il Parco è entrato nella mia vita. Mi appassionava raccontare il “luogo” attravero i “ritratti”. Con il passare del tempo il parco mi diventava familiare, i suoi abitanti, amici. I pescatori mi hanno reso partecipe della loro passione e delle loro superstizioni; ho vissuto con gli ortisti i momenti di scoramento per gli odiati sassi che infestavano la loro terra e ho condiviso la loro gioia per la crescita degli ortaggi; ho seguito i bambini che scoprivano il bosco e gli anziani che si ritrovavano attorno alle loro biciclette. tritticoHo apprezzato il lavoro di chi ha messo la propria intelligenza al servizio del progetto, ho capito l’importanza di tutto questo, ho condiviso l’allegria della festa, la creatività di chi ha trasferito la propria passione al parco per poterci danzare, fare ginnastica, portarci il cane, parlare di politica, dare il primo bacio, sentirsi parte di un gruppo con cui condividere il tempo.bosco in cittàvisita scolastica nella nebbiastorionepasseggiata sui trampolilo sguardo dell'accrobataocchi chiusivolontario copre una bucaguado 2giocoliere tra i trampolicavallo e paperecagnilino col paltòattenti all'uomo192021assegnazione orti - riunione393101In conclusione posso dire che questa esperienza è stata molto positiva e voglio ringraziare Sergio Pellizzoni e Slvio Anderloni che, insieme ad Italia Nostra, hanno creduto e dato vita a questo progetto.

Reportage

Teatro Burri

Nell’aprile del 2016 ho raccontato una bellissima rassegna di performance teatrali. Il Teatro Burri, nel 2015, è stato ricostruito grazie a NCTM studio legale e alla Fondazione Palazzo Albizzini.

Due piccoli appunti personalissimi: il primo è che mi piace questo luogo dove ai tempi del liceo abbiamo fatto alcune assemblee all’aperto. Il secondo è purtroppo negativo: nel corso del mio lavoro di ripresa mi hanno rubato la borsa piena di attrezzatura fotografica.

IL CIELO DI BURRIQui pubblico immagini tratte dalle performance di Alexis Blake, Christian Nyampeta, Jerome Bel, Luigi Coppola.

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Reportage, Ritratto

Zi’ Luisichedda

Era il 1993 e il Touring mi chiamò per fare una guida turistica della Sardegna veramente diversa. I luoghi selezionati erano inusuali, densi di significato, molto rispettosi della cultura sarda. Da questa esperienza ho imparato ad amare la Sardegna. In questa immagine la casa di Zi’ Luisichedda di cui veniva proposta la visita. Dimenticavo, la guida non venne mai stampata, forse il marketing ha preferito la solita immagine dell’isola cui siamo abituati.

COMU REMY F11

Reportage, Ritratto

La tradizione pasticcera di Genova

Nel 2006 sono stato chiamato da Claudio Muci, curatore della mostra Genova – La Dolce, a raccontare l’antica tradizione delle pasticcerie genovesi con ritratti di oggi. E’ stato un lavoro che ho amato molto e che ha lasciato il segno sul mio giro vita.

PASTICCERIA SVIZZERA

PANARELLOROMANENGO19 peruzziKLEINGUTIGENOVA - VILLA DI PROFUMO web sizeTAGLIAFICO

Reportage

Catalunya Election Day 21 Dicembre 2017

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Ho dei cari amici catalani che stimo molto. Mi piace il loro modo di vivere, mi assomiglia la loro voglia di condividere luoghi, cose, esperienze con gli amici. La loro allegria è contagiosa e la loro famiglia è calda, affettuosa e solidale. Ci siamo conosciuti una decina di anni fa, durante uno scambio casa. Loro ci cedevano per due settimane la loro casetta nel golfo di Llancá, sulla costa di Girona, e noi lasciavamo loro la nostra casa di campagna, sulle colline tra due laghi. Spesso gli scambi casa, che noi pratichiamo da anni, non prevedono l’incontro tra le due parti: si parte simultaneamente, dopo una conoscenza a voce e via mail. Arrivati, si trovano messaggi di benvenuto, che suggeriscono luoghi da visitare, ristoranti, mercati e spiaggette dove fare il bagno.

DSCF2010xWEB SIZEQuella volta avevamo accordi simili, ma poi ci fu l’imprevisto: Lluis doveva affrontare l’esame per la patente nautica da lì a poco, e quindi avremmo dovuto convivere per qualche giorno. Confesso che, durante il viaggio, eravamo seriamente preoccupati per la futura convivenza tra i due nuclei familiari, sei noi, cinque loro. Ma bastarono pochi minuti per capire che davvero con loro era tutto facile. La casa gli assomigliava, simpatica e gentile, del tutto informale. Alcune stanze erano ritagliate in ambienti inusuali come il sottoscala o quello che sembrava essere un armadio. Stendemmo anche un paio di materassi sulle terrazze, in una notte catalana piena di stelle e di profumi.

Da allora siamo rimasti amicissimi: nei dieci anni passati da allora ci siamo scambiati casa altre volte, oppure ci siamo reciprocamente ospitati, con frequenti visite che diventavano occasioni di grande allegria da vivere insieme.

Nelle discussioni politiche ci capivamo molto, con punti fermi comuni, ma in più loro si sentivano convintamente indipendentisti e sostenitori da sempre della lotta della Catalunya per l’indipendenza. Noi non eravamo pregiudizialmente contrari, ma facevamo fatica a capire, perché, dalla realtà italiana, consideriamo chi si dice a favore dell’indipendenza come sostenitore di una questione ridicola, di teorie senza altre basi popolari che non siano l’insofferenza verso il diverso, ormai identificato con il migrante che rischia di impoverire la nostra agiata quotidianità.

La stima che abbiamo nei nostri amici mi ha però aiutato a capire le differenze tra le due situazioni e le radici profonde che hanno le loro istanze. Così, anch’io sono arrivato con il fiato sospeso al momento drammatico del referendum del 1° ottobre, con il governo centrale spagnolo che ha messo in pratica le sue minacce repressive, arrivando a soffocare il diritto alla consultazione così violentemente che i feriti dalla polizia sono stati più di ottocento.

Oltre il 90 % dei votanti si è espresso nelle urne, difendendole con la propria presenza nelle scuole e nei luoghi pubblici, a favore della indipendenza. Quasi la metà degli aventi diritto si sono recati a votare nonostante i divieti.

L’Europa si è trovata di fronte a una grande prova di forza dei catalani, ma anche di civiltà e di rifiuto ostinato di ogni forma di violenza.

Ma, mi dicevo, ora che succederà? Il governo regionale proclamerà l’indipendenza o tratterà?

Da quel primo ottobre in poi ogni mattina cercavo in rete notizie dalla Catalunya. La situazione sembrava sospesa, tutti si rendevano conto di quanto la situazione fosse preoccupante e il governo di destra guidato da Rajoy non perdeva occasione per mostrare i muscoli e precludere ogni strada che potesse portare a una trattativa. Negli ultimi giorni di ottobre parto con amici per la Catalunya, invitato a una festa di famiglia, ma conscio che quelle ore sarebbero state decisive per la vicenda politica del paese.

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La tensione era davvero forte in quei giorni. Anche alla festa l’argomento era nella mente di tutti e alla fine della serata, a tarda notte, tutti hanno cantato il bellissimo inno catalano, Els Segadors:  …Così come la falce taglia le spighe dorate, così segheremo le catene.. Era chiaro a tutti che il giorno dopo sarebbe stato un momento

storico e il canto aveva anche il senso di darsi coraggio e di sentirsi ancora una volta uniti.DSCF2068xWEB SIZE La mattina, la radio conferma queste previsioni:       il presidente Puigdemont proclama di fatto l’indipendenza con il voto favorevole della maggioranza indipendentista del Parlamento catalano. Leggo per caso che nel primo pomeriggio è in programma una partita di calcio che assume un significato incredibile in questo momento: Girona vs Real Madrid. Come dire Davide contro Golia. Girona, la più indipendentista delle città catalane, contro il simbolo del potere centrale. E proprio oggi. A volte succedono cose che nemmeno a farlo apposta. Decido che devo andare là, non importa se non potrò entrare. Non avendo un accredito resterò fuori dallo stadio come facevo da ragazzino giusto per sentire i rumori, interpretandoli con l’immaginazione.

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Dallo stadio si percepisce il respiro della folla. Libertat! Libertat! scandiscono dagli spalti, ma senza violenza, come sempre, e, come sempre, con grande orgoglio. E poi succede quello che solo il calcio sa creare, la favola, l’incredibile:  2 a 1 per Girona!!! Davide ha vinto. Dallo stadio la festa si trasferisce in centro città. Il calcio, l’indipendenza la voglia di festeggiare e di non pensare più alle tensioni, tutto esplode in abbracci e grandi bevute. E ancora si canta l’inno catalano.

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Mia moglie Rossella ha postato sul suo profilo Facebook alcune immagini e qualche pensiero sull’incredibile ed emozionante momento che stiamo vivendo, ma le risposte dal nostro mondo (italiano e di sinistra) sono fredde, quando non addirittura ostili, verso le istanze che qui scaldano i cuori. Capiamo quanto sia difficile spiegare e capire questa realtà per chi, come noi, è abituato a sentir parlare di secessione dalla destra razzista ed egoista della Lega Nord. A poco serve spiegare la profondità e la storia di questo desiderio di indipendenza con radici così antiche, plurisecolari.

Così, mi sono ripromesso di tornare in Catalunya per le elezioni del 21 dicembre. Nei giorni precedenti alla mia partenza ho sentito il bisogno di entrare nel cuore della questione. Ho bisogno di capire, di essere al corrente delle novità dei vari schieramenti. Ho bisogno dell’aiuto di Ramon, altro amico catalano indipendentista e di sinistra, a letto con una gamba rotta per un incidente di moto. Ramon mi manda link e articoli e qualcosa comincio a capire. Soprattutto capisco che la situazione è complicata e percepisco il timore che una sconfitta possa ributtare indietro la storia e soprattutto allargare le già presenti divisioni.

Voglio dare al mio lavoro il taglio che più mi somiglia: quello del ritratto. Ne parlo con Ramon e con Lluis e Philippa, la mia ‘redazione catalana’. Loro sono d’accordo e mi aiutano a fissare due appuntamenti con delle persone rappresentative della realtà: un avvocato che difende gratuitamente le vittime della repressione del 1° ottobre e un’attrice molto amata e popolare, una bandiera delle istanze indipendentiste, con un taglio decisamente progressista. Vorrei fare il ritratto del paese in 24 ore nel giorno delle elezioni. Arrivo a Barcellona nel pomeriggio del 20, ritiro una piccola auto a noleggio e mi dirigo, con la velocità che il traffico intenso mi consente, verso Girona. Ci vorrebbe un’oretta andando piano, ma sono disposto a mettercene due. Ho grande calma, non ho appuntamenti se non per cena a Celrá, il paese dove mi attendono gli amici. Sembra la quiete prima della tempesta.

So bene che domani mi sveglierò con il buio per arrivare per tempo nei luoghi che la mia redazione ha individuato. DSCF2040xWEB SIZEIntanto, tra una coda e l’altra sbircio i manifesti elettorali e mi sorprendo a notare che quelli relativi al referendum sono molto più numerosi di quelli destinati alle elezioni attuali. Forse la causa si può trovare nel fatto che con i protagonisti all’estero, Puigdemont a Bruxelles e Rajoy a Madrid, i messaggi viaggiano di più su Internet e televisione. Nuovi messaggi poi, forse, non ci sono, se non quelli che reiterano le posizioni ormai note. Forse più presente è la nuova destra di Ciudadanos che grazie alla presenza di una leader molto telegenica, Inés Arrimadas, cerca di dare una immagine rinnovata a quella corrotta e stantia del centro destra. Pochi gli altri cartelli elettorali, semmai è frequente una strana simbologia che sembra più una grafica stradale, come fosse il divieto di superare una certa velocità: 155 sbarrato in rosso. In realtà è l’odiato articolo 155 che la monarchia impone come limite invalicabile alle autonomie locali. Lo trovo scritto con le bombolette sui ponti della superstrada spesso impresso su lenzuoli bianchi che invocano instancabili la liberazione dei presos, gli imprigionati, che la coscienza popolare invoca liberi  e che sono diventati veri e propri simboli di un potere limitato e sottomesso. I presos sono i due Jordi (Sanchez e Cuixart, leader dei due principali movimenti indipendentisti),  e Oriol Junqueras, vicepresidente della Generalitat, leader di Esquerra Republicana, un partito che è dato in grande ascesa e che oggi ha il volto di Marta Rovira.

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Proprio scendendo dall’auto dopo aver finalmente trovato un parcheggio, mi trovo di fronte un manifesto elettorale strappato che assume un preciso significato politico. Dal viso di Junqueras sorge infatti il bel volto di Marta Rovira e sembra dire che la repressione non può fermare la storia, e che le idee rinascono sempre più forti e radicate. Girona è bella: austera, decorata per il Natale, ma con una predominanza di giallo, il colore simbolo dell’indipendentismo. Poca gente per le strade, il vento e il freddo non aiutano la voglia di uscire, ma la tensione e il pensiero sono già all’indomani. Dalle finestre vedo la gente che si prepara per cena, qualche televisione è accesa ma quasi per abitudine, ormai c’è poco da dire che non sia stato detto.

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Forse fanno eccezione i più giovani, del resto Girona è una città universitaria, a loro rimane la voglia di ritrovarsi, di guardarsi in faccia e di condividere anche l’incertezza. Sono proprio loro che hanno più voglia di parlare, molti sono fuori sede, e da parte loro in generale c’è rispetto per questo paese, sicuramente c’è rifiuto per le soluzioni repressive. I giovani catalani sembrano più decisi; in giro chiedo previsioni, ma si appellano al silenzio preelettorale che da queste parti è molto rispettato.

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I miei amici sono deliziosi come sempre, ma questa sera mi sembrano ancora più partecipi e coinvolti dal mio progetto, provano gratitudine verso chi si propone di capire per sé e per spiegare ad altri le idee in cui credono.

Mi colpisce anche la loro preoccupazione per il momento e la consapevolezza che tutto quanto avrebbe potuto essere gestito meglio. Durante la serata scopro che tra loro non si erano ancora detti per chi avrebbero votato. Intuisco che l’indecisione li ha accompagnati fino ad ora. E’ tardi, bisogna alzarsi presto domattina. Io voglio essere al seggio prima dell’apertura e soprattutto vorrei raccontare Girona all’alba nell’ora immediatamente prima dell’evento.

cat1G0A2129 wsLa città si risveglia indolenzita la giornata è lavorativa.

Il bar dove bevo il caffè mi informa che sono state accordate quattro ore di permesso elettorale ai cittadini lavoratori e la maggior parte dei votanti andrà alle urne nel pomeriggio.

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Ho scelto di cominciare da un seggio elettorale dove la repressione del 1° ottobre è stata particolarmente dura. Ramon mi ha detto che probabilmente l’alta frequenza di voto nei primi minuti assume un simbolo di continuità con il referendum. Infatti molta gente è in attesa dell’apertura e in pochi minuti il seggio è pieno. Molto silenzio, molta correttezza.

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Le operazioni di voto si svolgono tranquillamente, i reporter e i giornalisti sono considerati i benvenuti: forse si vuole testimoniare la maturità democratica di questo elettorato. Visito un altro paio di seggi elettorali e decido di correre al mio appuntamento con l’avvocato Albert Carreras, il sole ha scaldato abbastanza l’aria e la vita è quella solita di una giornata lavorativa.

 

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 Avvocato Carreras, vorrei farle solo poche domande, quelle che la gente si pone, specialmente in Italia. Lei, insieme ad altri colleghi, si è messo a disposizione di coloro che hanno subito la repressione, a volte violenta, del 1° ottobre, quando la polizia di Stato ha cercato di impedire il regolare svolgimento del referendum. E’ sanzionabile il comportamento della Polizia, dal punto di vista del diritto e in base alle leggi  attuali?  Come avvocati rappresentiamo circa 200 persone colpite dagli eventi del 1 ° ottobre. Pensiamo che la polizia spagnola abbia responsabilità criminali nei fatti avvenuti durante il referendum. Per questo motivo sono state presentate denunce e reclami a nome dei consigli di Girona, Sant Julià de Ramis e Aiguaviva. Le motivazioni delle denunce con rilevanza penale sono per i reati di lesioni, tortura e violazione dei diritti  fondamentali.

Quale sarà il tribunale competente per poter dirimere la questione? Un tribunale statale catalano?  Il tribunale competente, per criterio di territorialità è quello di Girona, ma la competenza è dello stato spagnolo.

Secondo la sua opinione, che ruolo deve avere l’Europa in tutte le questioni legate al diritto in questo particolare momento storico? L’Europa svolge un ruolo molto importante. In Spagna al momento l’indipendenza giudiziaria non è reale. Il sistema giudiziario è soggetto a criteri politici. La repressione ideologica è un dato di fatto, la brutalità della repressione e le violazioni dei diritti che si sono verificate non si subivano da quarant’anni. Solo con un’Europa impegnata e forte si riuscirà a ottenere un ripristino dei diritti e delle libertà.

Ci salutiamo, devo correre a Barcellona, anche se in ritardo non posso fare a meno di fermarmi in un seggio vicino al mio posteggio: la gente è aumentata ancora anche se non si può dire che ci sia entusiasmo.

Mentre guido, Ramon mi aggiorna sui dati di affluenza che sono buoni, indicano percentuali di voto importanti. Lui, che è molto schierato sul versante indipendentista, non mi sembra accogliere positivamente questo dato.

Ci penso su e devo dire che la situazione mi sembra parecchio intricata. Vedo tre scenari possibili per l’indomani. Se dovesse prevalere nelle urne la parte statalista, le istanze indipendentiste, ma anche semplicemente di autonomia, subirebbero una battuta d’arresto. Se invece dovesse prevalere la scelta autonomista nel suo complesso, risulterebbe difficile non arrivare a un nuovo referendum, magari sotto la supervisione europea. Sicuramente un risultato che fotografa il paese diviso in due sarà il più probabile. A me viene sempre spontaneo pensare, e suggerire ai miei amici indipendentisti, una soluzione di nuova autonomia che possa scaturire dalla sconfitta probabile di Rajoy e da una possibile mediazione da parte di Podemos (Catalunya en Comù-Podem), con la sindaca Ada Colau nel ruolo di regista. Devo dire che i miei amici catalani alzano le spalle e giudicano questa ultima ipotesi impraticabile: per loro Podemos si è squalificata con posizioni che a loro sembrano molto ambigue.

Finalmente ho l’appuntamento con Silvia Bel per poterla conoscere e intervistare. Ci troviamo nel primo pomeriggio all’uscita dei teatri di posa dove lei gira una serie molto popolare che va in onda tutti i giorni. Arrivo con buon anticipo nel quartiere dove si trovano gli studios, Esplugues de Llobregat, zona storicamente industriale, molto nota anche per gli illustri personaggi che vi risiedono, data la vicinanza con il mitico stadio Camp Nou: Gerard Piqué con sua moglie Shakira, Dani Alves, prima che andasse a giocare alla Juventus, e Iniesta. Il quartiere ha un’aria molto internazionale con le scuole americana e tedesca. A me sembra subito evidente che l’atmosfera che si respira qui è particolare. I manifesti elettorali vecchi e nuovi sono in gran parte schierati a destra e nel campo statalista.

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Entro in un bar e la gente all’interno parla in castigliano della giornata elettorale. La maggior parte è orientata a non votare, qualcuno si dichiara favorevole ad accordare la sua preferenza alla Inés. Sono molti i sudamericani, mentre la padrona del bar è andalusa ma lavora qui da vent’anni. A voce molto alta dice che se vincono gli indipendentisti lei chiude e se ne va, tanto i suoi clienti verranno licenziati dalla Bayer, che è proprio qui di fronte, e non avranno nemmeno più i soldi per una caña. Mi rende noto che già 800 ditte con sede in Catalunya hanno deciso di andarsene dal quel 1° ottobre, che considera maledetto. Un personaggio un po’ più alticcio degli altri mi invita a visitare la palestra di fianco al bar: due luci che danno sulla strada, un po’ di puzza di sudore  e  un  forte senso  di appartenenza a  madre España  ostentato  sulle magliette sudate.DSCF2393x ws Chiedo anche al pugile, che non smette di saltellare, se avesse già votato e per chi. Per tutta risposta riprende a picchiare sul sacco con rinnovata energia. Decido che forse è meglio salutare e andare all’appuntamento con Silvia Bel.

Aspetto qualche minuto fuori dagli studios e finalmente lei arriva, la seguo nel traffico fino a casa sua dove mi ha promesso un caffè e la vista dall’alto della città.

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Le esprimo i miei dubbi e lei mi risponde. Le leggi più avanzate e innovative vengono sempre bloccate da Madrid. Il franchismo non è mai morto e loro eredi sono le destre stataliste. Obbietto che anche tra i partiti autonomisti ci sono formazioni di destra, ma Silvia è convinta che questi ultimi facciano parte di una destra più dignitosa e rispettabile con cui è possibile una dialettica democratica. Chiedo a Silvia cosa spera e cosa si aspetta dal voto di oggi. Ottimista e decisa, mi dice di avere sensazioni positive rispetto a queste elezioni che si sono svolte in un clima pessimo, con esponenti dell’indipendentismo in galera da molte settimane e il leader legittimo del governo catalano in esilio forzato. Ciononostante, la gente ha dimostrato una vocazione democratica che è quasi commovente. Nessun episodio di violenza, ma anche nessun ripiegamento dalle proprie convinzioni. “Si, è vero, siamo divisi in tre partiti fondamentalmente diversi, ma la vera votazione è su quello che ci unisce. Sarà molto importante il raggiungimento della maggioranza dei seggi. Io sono ottimista. Ci vediamo stasera nelle varie feste che si terranno nei posti dove si seguono gli scrutini.”

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Torno in città e cerco il seggio de la Escola Industrial, un posto molto bello anche dal punto di vista architettonico. Qui parlo con molti rappresentanti di lista che mi

DSCF2418x wsconfermano che la partecipazione è molto alta. Ormai tutti aspettano le 20, non tanto per la chiusura delle operazioni di voto, ma soprattutto per la diffusione degli exit poll. Infatti la grande partecipazione non può che avere un significato di inequivocabile legittimazione del voto, qualsiasi sia l’esito finale.

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Mi infilo in un taxi e mi faccio portare alla nave Bostik, un centro culturale autogestito che da dieci anni risiede nella vecchia fabbrica dove si confezionava la famosa colla, e dove stasera è attivo il centro di informazione e raccolta dati della formazione di sinistra di Unità Popolare, la CUP. Con 10 deputati, questa formazione è stata fondamentale nella passata legislatura, obbligando il leader storico di Convergencia Artur Mas a farsi da parte e a cedere la presidenza a Carles Puigdemont.                                                                 Il taxista mi informa sulle proiezioni delle 20, sembra distaccato sull’esito ma mi fa ascoltare e mi aiuta nella traduzione. Con la poca carica rimasta nel mio smartphone mi collego ai siti dei giornali Italiani che enfatizzano la possibile affermazione delle liste indipendentiste. Giro le notizie a Ramon che sembra rivitalizzato. La fabbrica Bostik è davvero bella con i suoi maestosi murales.

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La sala stampa brulica di giornalisti; tantissimi di questi mi sembrano molto giovani. In giro c’è un misto di soddisfazione per il risultato e di delusione per la performance della CUP, da cui i militanti si aspettavano di più. Prevale nelle conferenze stampa il giudizio complessivo, giudicato storico, mentre la natura stessa delle votazioni porta anche simbolicamente a premiare il partito di Puigdemont.                                                        Appunto: il partito del presidente esiliato a Bruxelles. E’ lì che devo andare, nell’hotel che è stato scelto come quartier generale di JuntsxCat. In venti minuti ci arrivo e qui c’è aria di vittoria e si tira un respiro di sollievo, consapevoli

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La soddisfazione è tanto più grande quanto più si definisce la sconfitta dell’odiato Rajoy, che in effetti conquista solo quattro seggi, con una vera e propria migrazione di voti a favore della lista Ciudadanos di Inés Arrimadas, che diventa primo partito, ma nella sicura impossibilità di formare una qualsiasi coalizione.

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Quando nei monitor appare il vincitore Puigdemont dalla sala si alza lo slogan: Puigdemont: President!. Le interviste si susseguono con protagonisti i vari leader del partito. Ormai è notte fonda una lunga giornata si sta concludendo.

DSCF2479 ws E’ già tempo di bilanci: qualcuno dice che presto bisognerà tornare alle urne, si accendono discussioni. Una cosa è certa per conto mio: abbiamo uno sconfitto e si chiama Mariano Rajoy, colui che ha voluto queste elezioni e che ne esce perdente.      Tutti hanno rischiato moltissimo, a cominciare da Puigdemont che se avesse perso si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di tutta la gestione della faccenda, con le polemiche e le divisioni che questo avrebbe comportato. Queste elezioni, però ci consegnano un altro verdetto, ed è una bocciatura per il comportamento dell’Unione Europea. Dentro l’idea stessa di comunità di stati c’era la soluzione per accogliere e valorizzare le autonomie, raccolte in una federazione continentale, che sembra sempre più lontana, ma sarebbe sempre più urgente costruire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Paolo Camillo Sacchi

paolo@sacchi.biz