Francesco Medda, in arte Arrogalla, cresce a Quarto Sant’Elena, una città che si è sviluppata in fretta e furia tra il mare, lo stagno del Molentargius e le pianure del Campidano. A Quarto, natura e contesti urbani diversissimi tra loro si intrecciano senza soluzione di continuità. Ai suoni della natura si frappongono quelli dell’urbanità: la tecno, l’hip-hop. Tra questi elementi si inserisce fortissima la musica tradizionale, le gare dei poeti improvvisatori con quelle sfide complesse che durano ore, accompagnate dalla chitarra o dalle sonorità profonde e gutturali del Canto a Tenore.

È in questo paesaggio sonoro che Francesco si forma. «Io nasco facendo graffiti» racconta. «Fin dai 14 anni dipingevo su treni, palazzi, tetti. Poi sono passato all’hip hop, e la cultura hip hop mi ha insegnato una cosa molto semplice, devi essere reale, devi essere vero. Se vivi a Quarto, racconta il tuo contesto sonoro. Così, mentre a New York si campionava jazz o funk, io ho campionato ciò che avevo intorno: la musica tradizionale, l’elettronica, i suoni della natura, le voci della strada».

Francesco crea un proprio linguaggio musicale: «È tutto avvenuto in maniera spontanea, non è stato un esperimento a tavolino». E sono soprattutto realtà internazionali ad accorgersi di lui per prime e a pubblicare i suoi lavori, grazie anche alle netlabel, piattaforme digitali che permettono di diffondere musica senza passare dai circuiti tradizionali. In questo spazio aperto, meno vincolato ai generi, i suoi brani iniziano a circolare, a essere ascoltati, a costruire connessioni e a portarlo sui palchi di festival e teatri con il progetto sonoro che, non a caso, prende il nome di Arrogalla, una parola che in sardo significa “frammenti”, “pezzi”. La tradizione resta centrale, anche se, per Francesco, è vitale che non si trasformi in qualcosa di sacro, inviolabile. «Se la tradizione è viva, sta davanti a noi, non dietro, perché quello che sta dietro di noi si chiama archeologia e lo mettiamo nei musei» racconta. «Da un po’ di anni, qui in Sardegna, è in atto questa “sacralizzazione” della tradizione. Ma se una cosa è viva e vissuta, bisogna anche sfidarla, bisogna anche cambiarla. In fondo la tradizione è frutto di innovazioni costanti, di mille interconnessioni. Il concetto di purezza, per me, non coincide con l’idea di autenticità».

Nel tempo, il suo lavoro si intreccia con diverse realtà musicali, mantenendo sempre la tensione tra radici e trasformazioni. In una scena spesso troppo uniforme, la sua ricerca conserva una dimensione artigianale, fatta di sperimentazione e ascolto profondo.

Francesco produce i suoi suoni con l’etichetta Sard Music che si occupa di world music e jazz, e collabora con Tempesta sur mantenendo viva una ricerca che sfugge a ogni omologazione. Il suo progetto musicale si staglia in una scena musicale sempre più omogenea. «Viviamo in tempi bui, di chiusure e arroccamenti. Oggi la contaminazione è in tutti i sensi un vero e proprio atto politico, alla base di qualsiasi evoluzione» spiega. E se tutto sembra già esplorato, ciò che resta sono i margini: paesaggi in mutamento, silenzi, pezzi, scarti. È da questi frammenti che nasce la sua musica: un suono vitale, in continuo divenire, capace di trasformare ciò che resta in qualcosa di nuovo.

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