tecnica

LA BORSA

Sinar_21_2204_X_4x5_View_camera_92943Fare la borsa è un momento fondamentale per la riuscita di un servizio, di un reportage o di un ritratto e necessita concentrazione.

Bisogna immaginare il tema fotografico che ci si appresta a realizzare per tradurre il progetto nelle attrezzature adatte da portare con sé.

La scelta dell’apparato tecnico è un momento fondamentale che determina l’immagine finale, che si tratti di una committenza professionale o di una ricerca personale.

L’argomento è così vasto e così importante, a mio avviso, che merita alcune riflessioni rivolgendo lo sguardo al passato e confrontandolo con le immense novità che ci offre il presente.

Personalmente ho una formazione fotografica che definirei da studio sia per il momento storico in cui mi sono dedicato anima e corpo a questa passione che è poi diventata lavoro, sia per i maestri che mi hanno influenzato.

1976

Siamo negli anni Settanta.prima di licenziare ws

Molti giovani che frequentano il movimento degli studenti sono affascinati dalla fotografia e hanno ragione. Perchè la fotografia è una cosa importante e seria. I grandi reporter con le loro immagini scuotono le coscienze sbattendo la realtà in faccia ai benpensanti.

L’opinione pubblica mondiale impone la fine del conflitto in Vietnam, premendo con forza sui negoziatori di Parigi. La fotografia è la nostra arma, è lo strumento di denuncia che farà prendere coscienza alle masse.

Nel nostro immaginario la fotografia era prevalentemente in bianco e nero, cruda e contrastata come la realtà. La sensibilità di quei rullini doveva permetterci di scattare in sicurezza: se la grana diventava grossa, poco importava. Se esiste una competizione tra la qualità e l’immediatezza, senza dubbio la partita era vinta a favore di quest’ultima.

Ricordo di aver fatto l’assistente per uno storico fotografo dell’Unità, si chiamava Pais, Rodrigo Pais. Per andare in macchina con il giornale in tempo per stampare la storica immagine del milione di persone che ascoltava il segretario Enrico Berlinguer al Festival dell’Unità di Firenze nel 1976, bisognava raggiungere Milano.

Il Partito gli mise a disposizione un piccolo aereo per andare da Peretola a Linate. Su quel piccolo aereo Rodrigo Pais sviluppò la storica pellicola, una Tri-x che aveva scattato con una Horizon dall’alto di una impalcatura che vibrava ad ogni gradino, tanto che io non ce l’ho fatta ad arrivare in cima. Ma lui si. Sono certo che da lassù ha impostato un tempo super veloce per avere quanta più nitidezza possibile e contrastare il movimento della impalcatura di tubi Dalmine. E’ bello leggere del Pais quanto scrisse in questo post Roberto Roscani, a dieci anni dalla scomparsa, in occasione della mostra postuma che Roma gli ha dedicato.

Ma torniamo sul piccolo aereo dove Pais sviluppa con Patterson e acqua calda per ridurre i tempi del processo di sviluppo, e scende di corsa dal piccolo velivolo con il film svolazzante con destinazione la redazione dell’Unità.

Il Reportage aveva le sue regole e queste esigenze si traducevano in appropriate attrezzature. La fotocamera doveva essere robusta e affidabile, le ottiche fondamentali erano gli obiettivi grandangolari, tanto che Cartier Bresson amava dire “Un ritratto ha senso solo se senti l’odore del tuo soggetto: devi provare a mettere la macchina fotografica tra la pelle di quella persona e la sua camicia“.

Fare la borsa in quei giorni voleva dire non caricarsi troppo di pesi. Io portavo con me:

  • un paio di corpi Nikkormat per passare più rapidamente da un ottica all’altra
  • un paio di filtri per il bianconero: quello rosso per aumentare il contrasto, quello giallo per penetrare la foschia
  • tanta pellicola Ilford Hp4 o Kodak Tri-x, spesso bobinata a mano per risparmiare

1980esterno panizza

Il tempo passa e già negli anni ’80 di questa grana grossa come una ciliegia non ne potevamo più. Eravamo pronti ad innamorarci di Ansel Adams  e aderiamo tutti quanti allo stile f:64. Il nome si ispira alla minima apertura possibile dell’obiettivo, che consente una maggiore accuratezza nel dettaglio e una maggiore profondità di campo.

Ecco che la nostra borsa deve adeguarsi alle basse sensibilità e alla notevole profondità di campo. Necessariamente cambia e diventa valigia, anzi baule, per ospitare

  • il mitico banco ottico e tutti gli chassis necessari
  • il telo nero per poter osservare attraverso il vetro smerigliato
  • l’esposimetro Lunasix
  • il dorso Polaroid
  • luci tungsteno o flash
  • stativi e cavalletto stabile

Insomma cambia tutto, tutte le sfumature di grigio acquistano il diritto di cittadinanza e la grana diventa il nemico pubblico numero uno!

Certo ci vuole un fisico bestiale per trascinarsi dietro il tutto, ma ce la possiamo fare in nome della qualità.

1991vampiri bn

Ricordo che il mensile Gulliver mi mandò a New York per raccontare una storia che aveva come teatro i locali notturni della grande mela e per soggetto la moda del vampirismo che si stava sviluppando nel mondo underground e che, si scommetteva, sarebbe sbarcata nella vecchia Europa. Volete sapere che borsa ho fatto?

  • fotocamera Nikon F4 con 24, 35, 85mm.
  • secondo corpo Nikon F3
  • mezzo formato Bronica 4,5x6cm. con tre ottiche dal grandangolo al mezzo tele
  • dorso Polaroid
  • una dozzina di pellicole 35mm. prevalentemente Ektachrome E6 e altrettante in 120
  • due flash monotorcia da 1000 watt con relativi cavalletti, parabole, cavi, sincro flash e ombrellini.

Io mi trascinavo nella notte newyorkese con tutto questo in nome della qualità. Per fortuna ero giovane e forte.

Ora ci sembra incredibile e illogico, ma allora aveva un senso perchè le pellicole erano davvero ottime e di grande qualità, ma soltanto se la sensibilità non superava i 100 Iso. Esisteva la 400 Asa, ma faceva schifo, figurarsi a tirarla a 800 o 1600 iso. Nemmeno mi sfiorava l’idea.

1991Montagnana ws

Per registrare un miglioramento della qualità delle pellicole tale da farci cambiare lo stile di ripresa, bisogna arrivare verso la fine del secolo. Il progresso non riguarda tanto i film in positivo, quanto i negativi a colori, quelli che si sviluppavano in C-41.

Grazie a queste pellicole, siano queste Fuji oppure Kodak, si può lavorare con luci più tenui, spesso naturali, e con minor appoggio di fari e flash. Grazie ai grandi insegnamenti del maestro statunitense Dennis Marsico mi innamoro del grande formato panoramico e in particolare della Fuji Technorama. Inizialmente il formato che preferisco è l’estremo 6×17 poi approdo al 6×12 meno impossibile da impaginare sulle riviste. Ricordo di aver fatto un leasing per comperarla: costava una dozzina di milioni di lire.

Ho passato anni meravigliosi con il mirino della Linhof attaccato al mio occhio destro. Nei servizi mi portavo

  • il solito corredo Nikon perchè le riviste volevano quel formato
  • in più, per la mia ricerca personale la mia adorata ‘lunga’
  • il flash che è diventato uno solo e di dimensioni più ridotte

La mia borsa continua ad essere pesante, ma faccio a meno dei cavi, dei cavalletti e degli ombrellini, anche se mai dello stativo per le fotocamere.

2000DSC_0019

Ai primi anni di questo secolo succede quello che che sapete: arriva il digitale. Le prime fotocamere sono di bassissimo livello. Qualsiasi smartphone odierno ha più qualità di queste prime fotocamere digitali. Noi professionisti siamo tentati di rifiutarle. Alcuni di noi non riescono ad adattarsi alla“nuova barbarie”.

Il nostro modo di illuminare non regge più, quello che per anni avevamo studiato diventa inapplicabile. I ritratti ci restituiscono “facce di prosciutto cotto“. Gli editori, dal canto loro, capiscono subito l’enorme vantaggio economico e obbligano i reporter ad adattarsi, anche se non tutto di un colpo. All’inizio ci concedono, infatti, di affiancare la digitale all’analogico. Bisogna però risparmiare pellicola, imparare a scattare meno.

Questo a me non dispiace. Io sono un teorico dello scattare poco. Lo scatto compulsivo non serve a nulla. Enzo Nocera, grande ritrattista e  mio amico, insegnava ai ragazzi a ragionare, a sentire la luce. Ci allenava a trascurare l’esposimetro per insegnare al nostro occhio il dosaggio della luce. Funzionava, se ti tenevi in allenamento. Enzo nei viaggi in automobile aveva inventato il gioco dell’esposimetro. Dovevamo indovinare a occhio l’esposizione della casetta sulla strada o dei panni stesi sul prato. Quando eri allenato scattavi poco, e non praticavi il breketing. Così tra l’altro saprai sempre come hai scattato e se per caso sbagli ti ricorderai il perchè.

Ma torniamo alla mia borsa, certo così si complica ulteriormente:

  • Nikon F4 con tre ottiche
  • digitalina penosa che si chiamava D100 e che per fortuna montava le stesse ottiche dell’analogica pur necessitando il calcolo del fattore di moltiplicazione
  • Linhof 612 
  • pellicola per 135 e 120.

Siamo intorno al 2005 e da allora la qualità delle digitali migliora di anno in anno. L’editoria non ci paga più la pellicola, stretta anche dalle problematiche della sua stessa sopravvivenza. Dobbiamo farcene una ragione. Il lato positivo è che la borsa si alleggerisce:

  • solo digitale e corredo di ottiche
  • un paio di flashini tra loro sincronizzati

2017DSCF1570x bn wsws

Il prossimo cambiamento è però alle porte e si chiama Mirror less. La mia borsa si alleggerisce ulteriormente specialmente nei reortage si fa piccolina: in poco più di due spanne a tracolla ho tutto quello che mi serve.

  • Fuji X-T20 ottiche fuji 18, 23, 56 mm.
  • Flash dedicato
  • Canon EOS 5DS-R  con 24-105mm. (potrei anche farne a meno…ma nel ritratto mi da più concentrazione).

I sensori sono migliorati a tal punto da consentirci di lavorare con luce ambiente anche in situazioni estreme. Così anche il cavalletto resta in studio. Nei viaggi vuol dire avere tutto con sé nella cabina dell’aereo, anche i vestiti ! Che lusso !

 

 

 

 

 

 

 

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