Un mondo che talvolta prende forma in modo casuale, quasi inatteso. Così è accaduto a Mabi durante la processione del 4 maggio, un appuntamento profondamente radicato nella tradizione religiosa e identitaria della città di Cagliari. Per onorare il santo patrono, le donne sfilano indossando gli abiti tradizionali e scandendo il percorso con un movimento lento e corale. È qui che lo sguardo di Mabi viene catturato dal riflesso caldo dei tessuti, dalle pieghe che danzano sul corpo femminile. Non è il volto a parlarle, ma la postura, il ritmo, la stoffa che segue il vento. Il corpo che si fa linguaggio.

Dall’esperienza visiva nasce l’urgenza di dipingere quelle figure e la scelta di privarle del volto, sostituendolo con una superficie dorata: quasi un rimando a una dimensione ultraterrena e spirituale. Prendono vita così le donne senza volto di Mabi, figure sospese in un “non paesaggio”. «Le mie sono donne portate dal vento, perché così è la Sardegna, terra di maestrale, il maestro dei venti che spazza via ciò che è dinnanzi agli occhi. Il soffio che altera l’ordine delle cose per poi arrestarsi, d’improvviso, lasciando il mondo in balia di un disordine nuovo. Sta a noi — e simbolicamente alla donna sarda, forte e fiera — ricomporre i frammenti, non necessariamente secondo l’ordine precedente. È il segno del cambiamento e della capacità di adattarsi a una realtà che può mutare in un attimo».
La pittura cromatica e d’impressione di Mabi può far pensare al grande pittore sardo Pietro Antonio Manca (Sorso 1892 – Sassari 1975) maestro del colore, o meglio “luminista”. Pur molto distanti per epoca, contesto culturale e modalità espressive, si intuisce in entrambi una ricerca di linguaggio che vede il colore non come ornamento, ma come scelta significante. In Mabi, tuttavia, la pennellata si fa più marcatamente materica e intensa, orientata a costruire figure femminili collettive che dialogano con una contemporaneità indistinta.

Parallelamente alla pittura, emerge e si sviluppa l’interesse per la fiber art, in un contesto creativo che in Sardegna trova terreno fertile grazie alla commistione tra saperi artigianali tradizionali e spinte verso la sperimentazione contemporanea. Anche in questo caso, l’origine ideativa è casuale: durante il lockdown, alcune sedie tornano dal tappezziere incomplete, prive di schienale e accompagnate da pezze di stoffa avanzata. Mabi ne percepisce la consistenza, il velluto, il richiamo tattile. La sua è una intuizione immediata: quelle sedie devono avere una nuova anima.

È qui che comincia l’intreccio, chiamato Anelando e articolato in quattro tipologie figurative. Intrecciare diventa una cura, un infondere vita, e anche una ricetta segreta e un po’ magica. Mabi non sceglie sedie nuove, ma quelle destinate al macero, trovate nei mercatini, abbandonate per strada o nelle cantine. Sedie che recupera, restituendole pronte a una nuova vita. Il legno diventa ossatura, le ossa di una donna che non c’è più, ma che può trasfigurarsi per rinascere. L’attenzione è tutta al corpo, al gesto: tesse il costato, costruisce la spina dorsale. Le figure vengono immaginate anziane, portatrici di memoria. Quando mancano le stecche originali, la spina dorsale viene forgiata in corten e saldata alla seduta. La sedia rinasce come corpo, rivestita di nuova carne e di un nuovo abito che ha la foggia dei tradizionali corsetti sardi.

Le opere di intreccio assumono identità figurative e simboliche precise: le Iolanda, aristocratiche ed eleganti; le Salvatoriche, sedie impagliate di tradizione popolare; le Nighele, termine che allude all’impossibilità di nominare, rappresentazione del popolo nella sua pluralità; e infine le Vallette, presenze funzionali e silenziose, sedie destinate a trasformarsi in oggetti di servizio. Ogni opera appare come un corpo che ha attraversato il tempo, il vento e l’abbandono, per tornare a vivere.
Sculture tessili e pittura dialogano nell’atelier dell’artista attraverso un sistema coerente di rimandi formali e concettuali, delineando i contorni di una ricerca capace di trasformare la tradizione in nuove possibilità espressive.

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