IS MASCAREDDAS – C’era una volta un pezzo di legno, un brandello di stoffa, un filo e un paio di bottoni.

Materiali semplici, apparentemente inanimati, che nelle mani di Donatella Pau diventano personaggi, storie, emozioni. Come per Pinocchio nel romanzo di Collodi, anche i burattini e le marionette di IS MASCAREDDAS sembrano prendere vita ben prima di essere completati. Basta ascoltare Donatella raccontarli per capire che non si tratta di oggetti di scena, ma di presenze familiari, compagni di viaggio che custodiscono oltre quarant’anni di teatro.

Nelle sale di Sa Manifattura, a Cagliari, centinaia di figure osservano il visitatore dagli scaffali. Ognuna porta con sé il ricordo di uno spettacolo, di una tournée, di una storia condivisa con il pubblico. Donatella ne parla con affetto, come si farebbe con vecchi amici. Del resto, il lavoro che lei e Tonino Murru svolgono da quando hanno fondato IS MASCAREDDAS, nel 1980, consiste proprio nel dare anima a ciò che anima non ha. In questo universo convivono due mondi distinti. Da una parte i burattini, mossi dal basso, dalla mano dell’animatore nascosta all’interno della figura; dall’altra le marionette, guidate dall’alto attraverso fili sottili. Una differenza che non riguarda soltanto la tecnica, ma anche il carattere delle storie raccontate. I burattini appartengono tradizionalmente al popolo: sono nati nelle piazze, nelle locande, nei luoghi della vita quotidiana e hanno dato voce a racconti di ribellione, ingiustizia e resistenza. Le marionette, invece, hanno frequentato i salotti e i teatrini delle dimore nobiliari, portando in scena opere liriche, racconti poetici ed epici. Per Donatella, però, la tecnica è sempre al servizio della narrazione. Che si tratti di una marionetta, di un burattino o di un semplice pupazzo, ciò che conta è la capacità di catturare lo sguardo dello spettatore e trasportarlo dentro una storia: «Quando l’animazione funziona, l’oggetto scompare e rimane soltanto il personaggio».

Ogni figura nasce da una lunga ricerca drammaturgica. Prima ancora di scolpire un volto o scegliere un materiale, Donatella cerca di comprendere chi sia il personaggio e quale storia debba raccontare. «Il volto deve suggerire un carattere senza imprigionarlo in un’unica espressione» spiega. «Una risata troppo accentuata o un’emozione troppo evidente rischiano infatti di limitare la ricchezza del personaggio, che attraverso il movimento deve poter accentuare o diminuire le proprie caratteristiche». E aggiunge: «Quando abbiamo iniziato il nostro percorso, la Sardegna non possedeva una tradizione di eroi burattineschi paragonabili a Pulcinella, Arlecchino o Fagiolino. Da questa assenza è nata un’idea: creare una figura capace di raccontare l’isola e le sue contraddizioni. Così, nel 1993, abbiamo creato Areste Paganòs».

Pastore e contadino, con il volto ispirato alla maschera dei Merdules del carnevale sardo, Areste è un personaggio libero e irriverente, vicino ai folli sapienti della tradizione shakespeariana. Vive ai margini della comunità e proprio per questo può dire ciò che gli altri tacciono. Il suo debutto avviene nello spettacolo Areste e la farina del diavolo, ambientato nella Sardegna delle faide, dei sequestri e dei conflitti risolti con le armi. Un racconto che affronta temi duri e profondamente radicati nella realtà dell’epoca, dimostrando come il teatro di figura possa parlare di questioni complesse e attuali con la stessa forza del teatro d’attore.

Da oltre quarant’anni IS MASCAREDDAS continua a costruire ponti tra tradizione e contemporaneità, promuovendo festival, rassegne e progetti che hanno contribuito a diffondere la cultura del teatro di animazione, o di figura, in Sardegna e oltre i suoi confini. Un impegno riconosciuto nel 2023 con il prestigioso Premio Speciale Ubu, tra i massimi riconoscimenti del teatro italiano. Un premio che celebra una convinzione rimasta immutata nel tempo: anche un semplice pezzo di legno può raccontare il mondo, se qualcuno è capace di dargli anima e vita.

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